Ciprì e Maresco

Leggo di recente su Repubblica – Palermo l’articolo di Marcello Benfante sullo scioglimento della coppia Ciprì e Maresco, quelli di “Cinico TV”, per intenderci e di personaggi quali mafia man. Non riesco a trattenere un senso di fastidio: le affermazioni mi sembrano davvero tutte molto esagerate, sino alla chiusura con una citazione di Goffredo Fofi secondo il quale i nostri due sono paragonabili solo a Rossellini, Fellini e Pasolini.

Premetto che non ho assolutamente niente di personale contro Ciprì e Maresco, ma che, appartenendo alla stessa città e generazione, riesco a intravedere i contorni e anche i limiti della loro operazione “artistica”. Le virgolette non sono casuali perchè, se “arte” è la ricerca di un proprio particolare linguaggio, di un registro espressivo, di una modalità di ricerca, ecco che qui mi sembrerebbe il caso di andare con molta maggiore cautela. Qualche motivo? La scelta del bianco/nero, ad esempio, certamente dettata, almeno all’origine, da una precisa limitazione di budget e di mezzi. Ninete di male per carità! Anzi, a tutto merito loro aver saputo usare quello che si ritrovavano per le mani, aver comunque cercato di fare qualcosa con i modesti mezzi a disposizione. Ma da qui, a farla diventare una operazione di grande spessore concettuale . . . si rischia di costruire una grande ipocrisia! Quanto alla scelta dei personaggi e delle ambientazioni . . . ecco qui veramente bisognerebbe interrogarsi sul senso di parole come cultura, ricerca, impegno, discorso. In quegli anni e in quella fascia di età quelle cose avrebbero potuto farla qualsiasi gruppo di studenti liceali. Averla fatta non è un male, ma non è stato nè “bello” nè di alcuno spessore culturale e intellettuale. Semmai ha sfruttato elementi e ambienti di estremo degrado, ha usato tutti i registri peggiori delle peggiori sottoculture. Non mi è mai piaciuta la loro operazione! Avesse avuto un qualche scopo documentario, un qualche effetto sociale, una qualsiasi ricaduta sulla vita della città, allora direi vabbé, ne è valsa la pena. Ma, in mancanza di questo, conservo l’opinione di sempre: compiacimento nel rotolarsi nello schifo, da parte loro. Cretinismo intellettualistico, da parte degli illustri critici.

La cosa più squallida è che tutto ciò ha avuto un “mercato”!

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