Vagando in una luminosa notte

Vagando in una luminosa notte

Ripropongo oggi la mostra presso Asterisco, sto per andare alla inaugurazione, ho bisogno di raccogliere qualche pensiero, spero sensato, spero intelligente.
Non è mia intenzione, in questa sede, parlare delle fotografie: ai posteri l’ardua sentenza, come si suol dire, piuttosto mi piacerebbe parlare del percorso che ha portato alla realizzazione delle stesse. La narrazione di questo percorso è importante. Nel caso di fotografie e di fotografi si finisce quasi sempre con lo scoprire che il percorso di vita e quello fotografico sono tra loro strettamente legati: difficilmente potrebbe esistere l’uno senza l’altro.
Il percorso che mi ha portato a queste foto è durato oltre due anni, un percorso che mi ha portato in giro per tutta la sicilia (sono esclusivamente siciliani gli alberi qui rappresentati) e che mi ha creato molte veglie notturne da dedicare alla postproduzione. Ma in realtà, come tutte le occasioni della vita nelle quali matura un momento di così palese esposizione pubblica, si manifesta il risultato di un percorso durato più o meno una intera vita.
Dal punto di vista fotografico io nasco, se si fa eccezione delle foto familiari fatte con la “Istamatic”, durante il periodo in cui frequentavo l’università: caratteristica di quel periodo la semplicità dei mezz:i il bianco e nero e le infinite ore passate di notte in camera oscura. Un primo grosso salto lo faccio quando entro a far parte di Laboratorio Immagine, una delle migliaia di cooperative giovanile nate agli inizi degli anni ottanta, dedicandomi a quel punto esclusivamente alle diapositive. Colore quindi (e che colori la vecchia Ektachrome), modalità “uno scatto e via” perchè con le dia non si può poi intervenire in nessun modo: esposizione e composizione sono tutte e solo decise al momento dello scatto. Una formidabile palestra che mi ha portato a contatto con tanti temi classici di quegli anni: la cultura materiale e popolare, l’ambiente, il territorio, l’ecologia, la società, la gente.
Finito quel periodo la mia attenzione creativa si sposta prima verso il video, poi verso la realizzazione dei cdrom interattivi per approdare infine ai primi siti web in html. La fotografia rimane sullo sfondo ma sostanzialmente non fotografo più, a parte le classiche occasioni familiari.
A “risvegliare il neurone fotografico” interviene la disponibilità delle tecnologie digitali a costi accessibili, il tutto condito dalle possibilità di Flickr e delle rete tutta. Credo che il mio primo anno di partecipazione a Flickr mi abbia fatto crescere forse più di tutti gli anni precedenti, vado sperimentando tecniche e soggetti, pubblico le foto online e aspetto i commenti positivi, comincio a pensare ad un tipo di fotografia che sia veramente “mia”. Dopo un periodo piuttosto forsennato sento il bisogno di fermarmi un attimo per rispondere alla domanda: ma io, che cosa fotografo? E mi metto a guardare, con occhi il più possibile distaccati, il mio archivio digitale ormai arricchitosi di oltre diecimila immagini. Scopro i miei soggetti preferiti e tra questi forse “il”preferito: gli alberi. Sul perché di questa preferenza il discorso sarebbe adesso troppo lungo ma giusto per avere una idea si pensi ad uno spirito ecologico impregnato di un certo animismo immanentista. Decido quindi di cominciare a lavorare esplicitamente e deliberatamente sugli alberi, di farne oggetto di una mia personale ricerca da portare avanti consapevomente.
A questo si aggiunge, nello stesso periodo, una certa stanchezza rispetto al tipo di fotografia dilagante. In realtà dilaga di tutto, di tutti i generi fotografici, con uno spiccato orientamento verso la ricerca dell’effetto “wow”. Sono stanco di quanto vedo in giro, voglio distaccarmene, ambisco a qualcosa di più personale, comincio a coltivare e a far crescere l’idea di una fotografia “poco fotografica”, almeno nel senso classico del termine, una fotografia lontana dalla classiche forme della retorica del mezzo. Comincio così a considerare l’atto fotografico come solamente il momento di inizio di un processo di costruzione dell’immagine: non fotografo più “le cose”, i luoghi, gli oggetti. Piuttosto, fotografando, creo materiali grezzi che mi serviranno a costruire delle immagini non necessariamente coincidenti a qualcosa di reale. È nella camera oscura, ormai diventata camera chiara e digitale, è nelle lavorazioni che vengono dopo gli scatti che si insegue l’immagine che si vuole generare. Dunque “poco fotografico” non sta ad indicare una fotografia che insegue la pittura o qualche altra forma di arte o di comunicazione visiva: indica invece un processo che partendo dalla fotografia sfrutta le possibilità messeci a disposizione dalle tecnologie digitali.
Le fotografie della mostra sono il risultato di questo processo, spero che vi piaccia!

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