Uomini o sardine

valtolina_sardine

Leggo oggi gli interessanti e belli articoli su Pasolini. Quando è morto, nel 75, ero troppo giovane per avere una idea compiuta dell’uomo e dell’artista. Si, mi ero imbattuto in qualche suo film ma, sinceramente, non ne ero rimasto granché impressionato. Oggi, appena più consapevole di allora, comincio ad apprezzare e rimango assai colpito da alcune affermazioni che trovo riportata:

«La matrice che genera tutti gli italiani è ormai la stessa — scriveva, nel 1974 — Non c’è più dunque differenza apprezzabile… tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista. Essi sono culturalmente, psicologicamente, e quel che più impressiona, fisicamente, interscambiabili… I giovani neofascisti che con le loro bombe hanno insanguinato l’Italia, non sono più fascisti… Se per un caso impossibile essi ripristinassero a suon di bombe il fascismo, non accetterebbero mai di ritornare ad una Italia scomoda e rustica, l’Italia senza televisione e senza benessere, l’Italia senza motociclette e giubbotti di cuoio, l’Italia con le donne chiuse in casa e semivelate. Essi sono pervasi come tutti gli altri dagli effetti del nuovo potere che li rende simili tra loro e profondamente diversi rispetto ai loro predecessori».

E:

«Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello reazionario e monumentale che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili ad uniformasi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava a ottenere la loro adesione a parole… Ora, invece, l’adesione ai modelli imposti dal centro è totale e incondizionata ».

La seconda citazione credo possa oggi essere revisionata ma questo non induce all’ottimismo. Se, infatti, Pasolini poteva pensare, allora, all’esistenza di qualche “stratega” o di qualche “strategia condivisa” per assoggettare politicamente ed economicamente le masse oggi a me pare che si tratti di molto peggio, di un fenomeno che faccia parte della più intima natura dell’essere umano, un fenomeno che ne caratterizza la vera “etologia”. Non riesco infatti a intravedere quale potrebbe essere questa “entità centralizzata” capace di mettere in atto una tale strategia: i governi del mondo sembrano essere pur sempre divisi da interessi diversi, con politiche interne ed esterne differenti. Governi che non riescono ad esprimere  nessuna capacità di “progettazione”, figuriamoci essere capaci di perseguire, lungo un arco temporale così esteso, una tale lucida strategia. No, non ci credo, piuttosto vedo enti, istituti, governi, parlamenti, politici e partiti tutti tesi nello sforzo di trovare la giusta comunicazione, il modo di raccontare e di raccontarsela, lo slogan (nei casi di maggiore povertà intellettuale). Si sarebbe tentati allora di attribuire la capacità strategica al sistema dei media, ma, ancora una volta, non credo si possa intravedere nel sistema in quanto tale una lucida “volontà” di qualche natura. Si tratta piuttosto di logiche puramente aziendalistiche, di massimizzazione del fatturato, sia pure con dinamiche che hanno a che fare con le diverse aree di influenza politica e culturale.

No, io credo che il vero attore di questo centralismo sia il cosiddetto “uomo qualunque”, siamo tutti noi cioè, nessuno escluso. Si tratta di un processo di progressivo conformismo da sempre esistente ed oggi reso micidialmente efficace da una parte dalle comunicazioni di massa (nei confronti delle quali non si è riuscito a generare una cultura realmente antagonista) e dall’altra dalla comunicazione in rete che sta lavorando nel verso del rinforzo dei messaggi della comunicazione di massa. Facebook ( ma non in modo esclusivo) è un ambiente nel quale le dinamiche creatrici del conformismo sono assolutamente dilaganti: dando la sensazione ad ognuno di poter esprimere un pensiero in realtà incoraggia nei singoli comportamenti all’insegna della ricerca del piccolo consensuccio personale. Io cerco di trovarmi d’accordo con qualcuno che stimo e che considero “opinion leader” (anche se intimamente non lo riconoscerò mai in questo ruolo) e quindi condivido i suoi “post”. Aderisco a frettolose consultazioni on line e firmo petizioni contro questo e contro quello. Con nessuna consapevolezza. Senza alcuna reale conoscenza delle conseguenze di quanto in tal modo affermo. Esercito una giusta libertà ma non possiedo gli strumenti culturali per valutarne le conseguenze.

In pratica si tratta ancora una volta del confronto tra natura e cultura, confronto questa volta non salottiero ma, ahimè, a livello di sistema-mondo. L’esempio più evidente: stiamo provocando con le attività industriali il riscaldamento a livello globale: come mai non riusciamo a capire che si rende necessario l’abbassamento dei consumi di energia, di materie prime, di ambiente? Lo capiamo, altroché lo capiamo, lo sentiamo ormai sulla nostra pelle e ne siamo intimamente consapevoli. Ma a livello individuale non sappiamo e non vogliamo adottare le necessarie contromisure, preferiamo aspettare che qualche ente sovraordinato ce lo imponga a livello collettivo! Speriamo in quella perdita di libertà e identità che diciamo di voler conservare. La nostra cultura evidentemente non è abbastanza forte da contrastare la natura che ci spinge a prendere sempre di più e ad occupare sempre più spazio. In natura questo è stato risolto sempre da una qualche catastrofe. Forse è giusto che avvenga proprio questo. Come specie nasciamo come scimmie ciarliere che in branco vagano sugli alberi. La trasformazione in cacciatori ci ha dato dignità, libertà e pensiero individuali. Il grande sviluppo della comunicazione sta ricostruendo il branco a livello globale.

L’immagine che ha guidato questa mia riflessione è quella di un branco di sardine.

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Immagine tratta dal sito di Giovanna Valtolina
Le citazioni sono tratte dall’articolo di Giovanni De Luna su Repubblica di oggi 28 ottobre 2015

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