Un esperienza di “lettura di portfolio”

Ho avuto l’opportunità e il piacere, ieri sera, di partecipare con alcune immagini scattate in Bretagna durante le vacanze estive, ad una serata di “lettura di Portfolio” organizzata dalla associazioni Photoarea 2006 e GruppoCorto. Serata molto piacevole, ricca di incontri, di scambi, di reciproche curiosità. Personalmente credo di avere imparato parecchio sia nel vedere i portfolio dei vari partecipanti, sia, soprattutto, nell’ascoltarne le letture ad opera dei vari esperti, tutti molto competenti, affabili, disponibili e incoraggianti. Molto bello, molto positivo, voglio pubblicamente applaudire e ringraziare gli organizzatori.

Aggiungo alcune piccole considerazioni ” a margine”, pensieri e riflessioni che mi vengono dalla partecipazione ad esperienze diverse soprattutto dell’ambito web e internet: il mondo della fotografia, almeno quello ufficiale dei fotografi “importanti” e delle agenzie continua a sembrarmi molto chiuso alle logiche “open” del tipo “Creative Commons”. Gli stessi siti internet di riferimento sono poco più che una vetrina e molta attenzione è spesa sia nel non mostrare troppo, sia, forse soprattutto, per impedire il riutilizzo dei materiali fotografici, come se il fatto di riportare su qualche blog o qualche documento elettronico una immagine a bassa risoluzione (quali quelle inseribili e fruibili sul web) potesse ledere i diritti degli autori o addirittura privarli di una fonte di reddito. La storia dell’open source testimonia dinamiche del tutto differenti . . .
Altra osservazione riguarda la chiave di lettura delle immagini; o forse sarebbe più corretto parlare della cultura sottostante questa pratica. La mia impressione è che si tratti, anche in questo caso, di qualcosa che è rimasto un pò isolato dalla elaborazione avvenuta in altri campi. Mi riferisco alla separazione in “generi” fotografici: reportage, ricerca, paesaggio, arte, etc. etc. Si tratta della divisione classica riscontrabile sui manuali di fotografia e anche sull’offerta commerciale da parte delle diverse agenzie, divisione che risponde ad alcune logiche merceologiche e classificative di importanza pratica evidente ma che non può, per forza di cose, rispecchiare la ricchezza e la complessità dell’offerta spontanea da parte degli autori e degli amatori. Il fatto che gli esperti lettori di portfolio adottino una stessa chiave lettura riporta, per analogia, a quanto succede nel mondo accademico a proposito della divisione in discipline, divisione spesso piegata ad esigenze diverse da quelle propriamente scientifiche. Divisione che impoverisce e ostacola la costruzione di un sapere sistemico, di una cultura della complessità e della globalizzazione (vedi “La testa ben fatta” di Morin). Chissà, magari in una prossima edizione, si potrebbe escogitare, in aggiunta alle preziose indicazioni degli esperti, qualche momento diverso di confronto, magari centrato di volta in volta su dinamiche diverse: comunicative, evocative . . . magari coinvolgendo anche il pubblico e costituendo una rete di valutazione e di valutatori.

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