Pratiche scolastiche buone e cattive

Ho letto con piacere su insegnareonline l’intervento di Muraglia “Le buone pratiche” la cui lettura consiglio fortemente a tutti gli interessati delle faccende scolastiche.
Non potendo rispondere con un commento in quella sede lo faccio qui sul mio blog.

——-

Discorso decisamente complesso ma forse è possibile tentare qualche risposta.

Pratica “buona” e pratica “cattiva”: come distinguerle?
Citando te stesso direi che la generazione di senso può essere utilmente assunto come discrimine: buona è la pratica che genera senso, lo genera negli studenti e lo manifesta nell’intero processo di insegnamento -apprendimento. Al contrario “cattiva” è una pratica che non lo genera o addirittura che contribuisca alla generazione del “non-senso” delle tante ore passate sui banchi. Mi riferisco qui alla possibilità che alcuni nostri comportamenti da docenti possano addirittura essere dannosi. Conosciamo il fenomeno.

Valutazione della bontà di una pratica
Scarterei per intero l’apparato classico di verifica e valutazione e mi rivolgerei a qualcosa che ci dia una indicazione della modifica del comportamento dei diversi alunni mettendo in secondo piano la classica esposizione dei saperi, qualunque sia la forma che a questa esposizione vogliamo dare, per evidenziare invece “azioni” ed “elaborazioni”. E qui penso fortemente al valore della “esposizione” personale, esposizione nel senso di mettersi in gioco, esponendo i propri punti di forza come i punti di debolezza. La forma di questa esposizione potrebbe somigliare molto a ciò che succede sui blog e in genere sulla presenza di noi stessi on line. Promuovendo l’intervento degli studenti sui vari ambienti e sistemi della rete potremmo, credo, immediatamente notare quanto l’attività della classe sia stata rilevante per i singoli alunni. Lo vedremmo attraverso il racconto restituito dagli stessi alunni, così come attraverso la rielaborazione dei contenuti e delle pratiche (per l’appunto) cui gli alunni sono stati esposti. Qualcuno obietterà l’aspetto “pubblico” di questa interazione. Io credo che questo aspetto sia particolarmente premiante: in questo modo l’intervento diventa immediatamente “politico” , usando il termine per il suo significato di partecipazione alla vita della comunità. L’alunno mette pubblicamente in gioco se stesso col suo apparato di opinione e di pensiero e così facendo è costretto ad una elaborazione vera; l’alunno impara a mettere definitivamente da parte l’atteggiamento “scolastico” che possiamo riassumere brutalmente col classico pensiero da interrogazione: “… ma il prof cosa vuole che io dica”? In questo caso il prof non può voler niente e, già da solo, questo aspetto mi farebbe davvero ben sperare!

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: