Oggi faccio l’antropologo da strapazzo

Un periodo da “Armi, acciaio e malattie” di Jared Diamond mi ha fatto sorgere una serie di riflessioni:
“Gli oggetti in pietra usati dai tasmaniani nel 1642, data del loro primo incontro con i bianchi, erano più semplici di quelli che si potevano trovare in Europa nel Paleolitico superiore, decine di migliaia di anni fa.”
Eccole.

Potrebbe essere non del tutto privo di interesse cogliere l’analogia tra le popolazioni aborigene di america, australia e africa subsahariana, da una parte e le attuali nuove generazioni, quelle formate dai “native digital”, dall’altra. In entrambi i casi ci troviamo in presenza di individui che, sia pure con dinamiche e motivi diversi, si trovino improvvisamente ad avere una notevolissima disponibilità di tecnologie prima sconosciute o scarsissimamente diffuse: tecnologie per la lavorazione dei metalli, metodologie di progettazione e organizzazione nel caso dell’incontro tra le civiltà europee e quelle “primitive”; tecnologie per il trattamento dei dati, l’organizzazione e la trasmissione delle informazioni, la pubblicazione immediata di contenuti da parte dei native digital.
Dove sta l’analogia? Nel fatto che in entrambi i casi, per entrambi i “gruppi di popolazione”, le nuove tecnologie e gli oggetti ad esse connesse, diventano disponibili senza alcuna mediazione proveniente dalla trasmissione culturale tra generazioni che si succedono. Gli indiani americani conoscono così il ferro direttamente sotto forma di fucili ed utensili di lavoro; i ragazzi di oggi accedono direttamente alle possibilità di realizzare un blog prima ancora che i genitori ( non parliamo dei nonni . . .) vengano a conoscenza del nome e dell’esistenza. E magari di pubblicarvi un istant video realizzato con uno dei tanti gadget elettronici disponibili.
Non mi prolungo sulla descrizione di ulteriori elementi di analogia.
Piuttosto mi sembra interessante domandarsi se una tale analogia possa valere quando dovessimo applicarla all’evoluzione e alla storia delle popolazioni. Ne verrebbe fuori, temo, un quadro piuttosto allarmante: i “primitivi” venuti a contatto con gli europei ebbero una evoluzione assai sconfortante con la fine dei rispettivi ordinamenti sociali, la perdita delle culture di appartenenza (e quindi la perdita di spiegazione e interpretazione della realtà e del mondo circostante), il frequente rifugiarsi individuale nell’alcool e una diffusa pratica della delinquenza.
Dobbiamo aspettarci qualcosa di analogo per gli attuali native digital?
Ovviamente, se non altro come padre, mi auguro vivamente di no! Tuttavia rimango convinto che le attuali generazioni stiano compromettendo molto seriamente le possibilità delle nuove di sperare in una evoluzione armonica e progressiva, di formarsi una coerente visione storica delle proprie esistenze, di costruirsi un modello interpretativo del mondo, perfino delle cosmologie, capaci di fornire, nel corso della vita, quel supporto necessario all’equilibrio di ogni individuo.
Le armi dei conquistadores sono state sostituite da quelle delle televisioni e del cosiddetto mercato: siamo sicuri che non ci siano alternative?

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