Diario di scuola

Copertina de Ho appena finito di leggere l’ultimo libro di Pennac. Lettura facile, ariosa, stimolante. Assolutamente non banale. Si tratta delle personali teorie pedagogiche dell’autore, sin dalle prime pagine dichiaratosi un impossibile “somaro”, anzi un ex-somaro, “ex” grazie ad alcuni insegnanti “che lo hanno salvato dalla scuola”. Il tono è sempre quello scherzoso e lieve cui lo scrittore ci ha abituati, ma le riflessioni sono profonde e, soprattutto, vissute e interiorizzate, tanto da poter essere veicolate con un linguaggio semplice e diretto.

Lo sguardo sui “somari” è, come facilmente intuibile, assai benevolo: si tratta di ragazzi il cui principale problema è la sfiducia in se stessi, con conseguente declinazione, in tutte le possibili varianti, del pensiero e dell’affermazione: << non ce la posso fare>>. La cura proposta da Pennac? Lettura e letteratura! Brani da imparare, da recitare, da chiedersi l’un l’altro in qualsiasi momento, anche, forse soprattutto, fuori dalle aule scolastiche. La memorizzazione vissuta come prima possibile “potenza” del somaro, come primo grimaldello, primo “io posso”. Su questo si innesta un magnifico gioco, un insieme di momenti evolutivi della personalità e del pensiero, il pensiero di celebri autori smette di essere meccanica ripetizione e diventa analisi, riflessione, acquisizione.

In altri capitoli lo sguardo di Pennac va oltre gli alunni, per posarsi sulle ansie delle madri, le delusioni dei padri, i tanti scoramenti dei docenti che si sintetizzano nella frase: << ma io non sono preparato per questo >> .

Quasi quasi me lo rileggo . . . !

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