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	<title>Carlo Columba &#187; It&#8217;s me!</title>
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		<title>Il fregio del Partenone</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Aug 2010 18:49:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Columba</dc:creator>
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		<category><![CDATA[cultura]]></category>
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L&#8217;effetto che mi aveva fatto vedere per la prima volta il fregio del Partenone al British, a Londra, era stato di grande rabbia: non era venuto il tempo di restituirle alla Grecia queste opere? E perchè questa esposizione così fredda e asettica?
Questa seconda volta l&#8217;esperienza è stata del tutto differente e mi sono ritrovato a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a title="Alle spalle del fregio by lorca56, on Flickr" href="http://www.flickr.com/photos/lorca/4869600920/"><img src="http://farm5.static.flickr.com/4123/4869600920_68da0533c8.jpg" alt="Alle spalle del fregio" width="485" height="182" /></a></p>
<p style="text-align: left;">L&#8217;effetto che mi aveva fatto vedere per la prima volta il fregio del Partenone al British, a Londra, era stato di grande rabbia: non era venuto il tempo di restituirle alla Grecia queste opere? E perchè questa esposizione così fredda e asettica?</p>
<p>Questa seconda volta l&#8217;esperienza è stata del tutto differente e mi sono ritrovato a provare una certa gratitudine per Elgin, il lord che spese la sua fortuna per portare le statue a Londra e per allestirne l&#8217;esposizione.  E poi mi sono dato qualche minuto per cercare di farne una fotografia che potesse comunicare &#8220;un senso&#8221;. Non è affatto facile: le dimensioni orizzontali, la presenza di moltissime persone, la mancanza del gruppo centrale rappresentante la nascita di Atena, impediscono qualsiasi tentativo di interpretazione in chiave epica o in chiave drammatica o, comunque in una qualche chiave emotivamente significativa. Il tentativo è stato allora quello di cercare di mettere in relazione il fregio con i visitatori, con il pubblico: mi sono quindi messo alle sue spalle e ho scattato una sequenza che mi permettesse poi di restituire una panoramica del fregio stesso e dell&#8217;ambiente espositivo.<br />
Questa foto ne è il risultato: alla panoramica ho corretto un pò di deformazioni prospettiche e ho mascherato in modo tale da far risaltare le statue come se fossero più illuminate dell&#8217;ambiente circostante. L&#8217;effetto finale non è chissà che, ma forse restituisce abbastanza correttamente alcune sensazioni significative: le persone che affollano la sala sono viste quasi dal punto di vista delle statue stesse, possiamo un pò illuderci di guardare con i loro occhi la folla che doveva popolare l&#8217;Acropoli. I visitatori sono tutti impegnati a guardare le statue o i bassorilievi delle metope, restituendo in tal modo il corretto funzionamento dell&#8217;ambiente espositivo. E poi c&#8217;è il vuoto centrale, quasi un buco nell&#8217;immagine, a sottolineare lo sgomento della perdita, a stento scongiurata dal salvataggio dei personaggi periferici della rappresentazione. La nascita di Atena, perfettamente cresciuta e già in armi, estratta dalla testa di Zeus grazie ad un colpo di accetta ben assestato da Efesto, non c&#8217;è più: probabilmente ridotta a calce per nuove, tardive, costruzioni, lascia il posto alla prospettiva della sala affollata. Una assenza che si fa tangibile presenza.</p>
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		<title>A Londra (2)</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Jul 2010 17:53:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Columba</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Proprio vero che i tempi cambiano! Al mio quinto giorno, eppure asciutto! Anche i pedoni sono cambiati, attraversare col rosso sembra essere diventata una diffusa abitudine&#8230; Ancora più strabiliante: non ho mangiato male nemmeno una volta: cucina cinese o greca o britannica o indiana, tutta (sin&#8217;ora) ottima!
Andando più sulle cose serie. Oggi visita immancabile al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.columba.it/wp-content/2010/07/l_1567_1175_5F3EDB85-AEC5-4F22-9440-7FF1D3E57E71.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-364" src="http://www.columba.it/wp-content/2010/07/l_1567_1175_5F3EDB85-AEC5-4F22-9440-7FF1D3E57E71.jpeg" alt="" width="300" height="224" /></a>Proprio vero che i tempi cambiano! Al mio quinto giorno, eppure asciutto! Anche i pedoni sono cambiati, attraversare col rosso sembra essere diventata una diffusa abitudine&#8230; Ancora più strabiliante: non ho mangiato male nemmeno una volta: cucina cinese o greca o britannica o indiana, tutta (sin&#8217;ora) ottima!<br />
Andando più sulle cose serie. Oggi visita immancabile al &#8220;British&#8221; e grande, positiva sorpresa: il padiglione dell&#8217;illuminismo! Una collezione di collezioni di coloro che poi nel 1753 fondarono il museo, ma soprattutto la spiegazione di come l&#8217;illuminismo abbia influenzato lo studio della natura, dell&#8217;antropologia e della storia per la prima volta in maniera scientifica. Diventa ad esempio chiarissima la mutazione nel campo dell&#8217;archeologia, passata dallo studio dei testi a quello dell&#8217;analisi dei reperti e dei siti di provenienza. E ancora allo sviluppo di metodiche di scavo e l&#8217;incrocio delle conoscenze con quelle derivanti dallo studio delle rocce. Interessantissima anche la parte della storia naturale, vissuta come tentativo di descrivere e comprendere il mondo attorno a noi. Gli altri temi trattati riguardano lo studio delle arti delle diverse civiltà, delle religioni, delle antiche forme di scrittura.<br />
L&#8217;illuminismo visto quindi non dal punto di vista del pensiero, non solo, ma soprattutto come motore del cambiamento delle modalità della conoscenza.<br />
 <img src='http://www.columba.it/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /> </p>
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		<title>A Londra (1)</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 18:18:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Columba</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo tanti anni, Londra, praticamente a colmare una lacuna.  La volta precedente ero ancora uno studente&#8230; la città decisamente &#8220;british&#8221;, la metropolitana, per me che venivo dai prati scozzesi, decisamente troppo rumorosa.
Le prime sensazioni di questo viaggio sono del tutto differenti: il numero di Rolls sulle strade si è drasticamente ridotto, la città sembra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.columba.it/wp-content/2010/07/p_1600_1200_7D59E26A-ED50-4CB9-8DD0-61B15CF571DB.jpeg"><img class="alignnone size-full wp-image-364" src="http://www.columba.it/wp-content/2010/07/p_1600_1200_7D59E26A-ED50-4CB9-8DD0-61B15CF571DB.jpeg" alt="" width="225" height="300" /></a>Dopo tanti anni, Londra, praticamente a colmare una lacuna.  La volta precedente ero ancora uno studente&#8230; la città decisamente &#8220;british&#8221;, la metropolitana, per me che venivo dai prati scozzesi, decisamente troppo rumorosa.<br />
Le prime sensazioni di questo viaggio sono del tutto differenti: il numero di Rolls sulle strade si è drasticamente ridotto, la città sembra complessivamente più lieve e vivibile. Ma è troppo presto, dopo neppure 24 ore dall&#8217;arrivo, per gettare lì qualcos&#8217;altro che non sia delle primissime sensazioni. Ma la giornata è cominciata bene, con un giretto ad Hide Park alle sette del mattino, con una bella giornata che invogliava i corridori cittadini di tutte le età, anch&#8217;io mi sarei messo a correre&#8230; Ma soprattutto scoprendo qualcosa che dalle nostre parti non ho visto mai neppure nei &#8220;santuari naturalistici&#8221;: nella fontana del &#8220;Diana Princess Memorial&#8221; , praticamente in mezzo alla folla dei visitatori, una coppia di Folaghe ha fatto il nido su un ciuffo della vegetazione acquatica a non più di un metro dal bordo vasca! E stanno tranquillamente lì ad allevare i 6 pulcini!<br />
Se questa è Londra, che meraviglia!</p>
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		<title>Manifesto degli insegnanti, qualche considerazione</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jul 2010 23:28:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Columba</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questo post nasce da uno scambio di battute su Facebook in merito al &#8220;Manifesto degli Insegnanti&#8221; che è stato recentissimamente pubblicato ad opera del network &#8220;La scuola che funziona&#8220;. L&#8217;idea che sta alla base del &#8220;Manifesto&#8221; è quella di creare, per gli insegnanti , quello che per i medici è il &#8220;giuramento di Ippocrate&#8221;. Lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questo post nasce da uno scambio di <strong><a title="http://www.facebook.com/iamarf?v=wall&amp;story_fbid=110644668984332" href="http://www.facebook.com/iamarf?v=wall&amp;story_fbid=110644668984332" target="_blank">battute su Facebook</a></strong> in merito al &#8220;<strong><a title="http://www.manifestoinsegnanti.it/" href="http://www.manifestoinsegnanti.it/" target="_blank">Manifesto degli Insegnanti</a></strong>&#8221; che è stato recentissimamente pubblicato ad opera del network &#8220;<strong><a title="http://lascuolachefunziona.ning.com/" href="http://lascuolachefunziona.ning.com/" target="_blank">La scuola che funziona</a></strong>&#8220;. L&#8217;idea che sta alla base del &#8220;Manifesto&#8221; è quella di creare, per gli insegnanti , quello che per i medici è il &#8220;giuramento di Ippocrate&#8221;. Lo scopo è certamente condivisibile, mi spiace solo non aver avuto il tempo materiale per potere, anche minimamente, contribuire. Tuttavia qualcosa, nel manifesto, non mi piace, non mi convince, lo avevo appunto accennato ad Andreas Formiconi che ieri ha esposto le ragioni dell&#8217;adesione<a title="Il post di Formiconi" href="http://iamarf.org/2010/07/14/il-manifesto-degi-insegnanti/" target="_blank"> <strong>in questo illuminante post</strong></a>. Se interpreto correttamente, l&#8217;affermazione fondamentale di Andreas è la seguente: la scuola ha sino ad ora svolto un compito che comporta, forse addirittura prevede, un processo di appiattimento delle caratteristiche personali ed individuali degli alunni in favore della creazione di categorie di lavoratori: il ragioniere, il medico, l&#8217;impiegato, l&#8217;ingegnere e via dicendo. Le godibilissime citazioni portate a sostegno di questa affermazione sono, da par suo, colte ed appropriate. Il &#8220;Manifesto degli insegnanti&#8221; potrebbe allora contribuire a mutare questa certo non esaltante situazione in quanto introduce il rispetto per la vita, il rispetto per la verità (non dogmaticamente intesa), il rispetto per l&#8217;errore. Concordo pienamente e condivido, pienamente convinto, della necessità che a scuola si coltivino tutte e tre queste forme di rispetto.</p>
<p>Tuttavia i motivi della mia perplessità a sottoscrivere il &#8220;Manifesto&#8221; permangono. Non me ne vorranno gli amici de &#8220;<a title="http://lascuolachefunziona.ning.com/" href="http://lascuolachefunziona.ning.com/" target="_blank">La scuola che funziona</a>&#8221; che stimo e per i quali nutro un sentimento di gratitudine, ciò che adesso dirò è animato dalle migliori intenzioni.</p>
<p>Al punto numero 1 del manifesto leggo:  <em>Amo insegnare. Amo apprendere. Per questo  motivo sono un insegnante</em>. Bellissimo, certamente, ma mi viene un dubbio: dobbiamo allora intendere che l&#8217;insegnamento non può essere una professione? Siamo ad una diversa formulazione della frase<em> fare il docente è una missione</em> che sentiamo da sempre? Certo piacerebbe a tutti poter lavorare facendo ciò che più si ama, ma quanti sono quelli che vi riescono?</p>
<p>Al punto 2 un&#8217;altra affermazione forte secondo la quale il docente che non fosse più capace di suscitare la meraviglia innata nell&#8217;alunno dovrebbe cedere il posto. Mi sembra un pò troppo categorica; e poi, cosa non trascurabile, di che vivrebbe? Teniamo famiglia . . . qualcuno direbbe. E poi, sinceramente, mi sembra una affermazione poggiata sulla buona volontà e poco realistica: la scansione delle attività scolastiche in giorni e ore prefissate è, già da sola, garanzia di noia assicurata! Per farlo capire ai miei alunni (me lo permetto perchè sono grandicelli, diciamo dai 16 ai 20 anni) dico loro che se dovessero, obbligatoriamente, fare l&#8217;amore con la fidanzata più desiderabile dalle 9 alle 10 del lunedì, dalle 12 alle 14 del mercoledì e alle 8 del sabato, così come succede per una qualsiasi materia di insegnamento, bè, sono sicuro che non ne potrebbero più già dopo poche settimane! Figuriamoci per nove mesi di fila! Insomma, voglio dire che la stessa organizzazione di base della scuola contraddice al principio del rispetto della persona. Nel manifesto sembra che il docente possa ergersi eroicamente a superare a piè pari anche questo ordine di difficoltà.</p>
<p>Non mi pare il caso, nè mi sembrerebbe corretto, fare adesso una disamina di tutti i punti. Mi limiterò a notare che ai punti 11, 12 e 13 si legge:  <em>lotterò</em>, <em>resterò fedele</em>, <em>aiuterò ad illuminare</em> . . . sinceramente, mi sembrano affermazioni piuttosto &#8220;calcate&#8221;. Mi sembra che ne emani la visione di un insegnante con uno smisurato ego e con una concezione di sè ispirata all&#8217;epico guerriero.</p>
<p>Per questo non riesco a trovare sufficiente empatia per firmare.</p>
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		<title>Moltiplicazione degli accessi e banalizzazione</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 21:16:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Columba</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Queste considerazioni prendono spunto dal post La rete tradita di Mario Rotta che, ancora una volta lucidamente e brillantemente, mette in evidenza la distanza abissale tra quelle che erano considerate le possibili evoluzioni della rete e la dura e cruda realtà delle realizzazioni cui quotidianamente assistiamo. Mario, sono con te!  Ciò che dici fa male: [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Queste considerazioni prendono spunto dal post <strong><a title="Permanent Link to La rete tradita" rel="bookmark" href="http://www.mariorotta.com/knowledge/?p=285">La rete tradita</a></strong> di Mario Rotta che, ancora una volta lucidamente e brillantemente, mette in evidenza la distanza abissale tra quelle che erano considerate le possibili evoluzioni della rete e la dura e cruda realtà delle realizzazioni cui quotidianamente assistiamo. Mario, sono con te!  Ciò che dici fa male: a fronte delle possibilità veramente &#8220;rivoluzionarie&#8221; dello stare in rete assistiamo anche qui al dilagare, guarda caso, di una preoccupante e mortificante mediocrità. Nè, d&#8217;altro canto, può essere di consolazione la constatazione della non esclusività del fenomeno: se guardiamo agli altri settori critici e strategici per il prossimo futuro del nostro paese, ad esempio a scuola e a politiche energetiche, rischiamo di farci prendere da un irrimediabile sconforto.</p>
<p>Non bello.</p>
<p>Peggio: temo che si tratti di qualche cosa, di una dinamica, del tutto connaturata con la natura dell&#8217;essere umano, una dinamica che agisce una trasformazione in senso banalizzante dell&#8217;oggetto di volta in volta di interesse. Un classico esempio è, per me, la dinamica che si instaura quando si vuole proteggere un ambiente naturale <span id="more-733"></span>(l&#8217;accostamento sembra forse un pò troppo ardito, ma spero di riuscire a spiegare di cosa si tratta). Questa consapevolezza è maturata in me in seguito alle prime &#8220;conquiste&#8221;  di stampo ambientale ed ecologista a partire dagli anni 80. Gruppi di persone, attivisti di varie associazioni, a quei tempi ancora non era nato alcun partito &#8220;verde&#8221;, cominciavano una battaglia per la salvaguardia di un tratto di costa:  famoso, qui da noi, il caso dello &#8220;Zingaro&#8221;, ultimo lembo residuo di costa della sicilia settentrionale a non essere servito da una strada e quindi ad essere rimasto immune dalla speculazione edilizia. Oggi <strong><a title="Riserva dello Zingaro" href="http://www.riservazingaro.it/" target="_blank">Riserva Naturale</a></strong>, a quei tempi era meta di un turismo naturalista e naturista giovanile che trovava accoglienza nelle casette di un minuscolo villaggio di contadini dediti alla coltivazione della &#8220;scoparina&#8221; , la palma nana dalla quale si facevano le scope ( ere ormai passate) e di qualche albero da frutta. Montagna e mare meravigliosamente insieme a formare una specie di <em>eden </em>fuori dal tempo. Bene, la faccio breve, il progetto di costruzione della strada è stato bloccato  e la zona è diventata la prima Riserva Naturale siciliana.  Per riuscire in questo obiettivo si è dovuta diffondere la conoscenza e la frequentazione della zona all&#8217;intera popolazione, snaturandone, di fatto, la sua intima essenza: l&#8217;essere rimasta, nei millenni, una contrada nella quale attività umane ed equilibri naturali erano in perfetto equilibrio e simbiosi. Giusto, ovviamente, fare la Riserva. Prezzo da pagare: una certa volgarizzazione e banalizzazione del suo uso. Stesso tipo di dinamica l&#8217;ho notata anche per altri territori: trovare, costruire un valore collettivo, sembra un processo comportante, inevitabilmente, la banalizzazione, la semplificazione estrema, la riduzione della visione originaria. E sto parlando di trovare un<em><strong> valore collettivo</strong></em>, evitando come la peste l&#8217;uso del termine <em><strong>massificazione </strong></em>che lascio volentieri all&#8217;ambito della pubblicità e comunque del broadcasting.</p>
<p>Ecco, temo che per <em><strong>la rete</strong></em> sia successo esattamente qualcosa dello stesso genere. Ricordo ancora le trasmissioni, per lo più radiofoniche, che nei primissimi anni 90 parlavano di internet, questo nuovo fenomeno sconosciuto ai più. I toni erano quelli della meraviglia e del mistero insieme, della promessa e della vertigine cognitiva. La consapevolezza di un potenziale senza limiti e confini. Sarebbe retorico a questo punto descrivere la situazione attuale; mi piace prendere ad esempio il fatto che anche i colleghi che si vantano di non sapere usare il computer, sono però perfettamente capaci di consultare il cedolino dello stipendio on line. O di scommettere dei soldi su qualche insignificante partita. Il fatto è che la nostra mente è sempre molto <em>più avanti</em> della nostra azione. E che le cosiddette leggi dell&#8217;economia sonmo specialiste nel fare piazza pulita di tutte le sottigliezze. Parliamo chiaro: qual&#8217;è stato il motore della diffusione di massa della rete in Italia? Brutalmente: l&#8217;abbassarsi delle offerte ADSL concepite per far scaricare la musica e film agli adolescenti! Chi, come me, insegna a scuola, ha avuto piena e totale consapevolezza di questo fenomeno. Non voglio qui prendere le parti di chi è contrario allo &#8220;sharing&#8221; o al processo di ridefinizione  dei diritti di utilizzo delle opere pubblicate in rete, tutt&#8217;altro, ma solamente voglio far notare come lo sviluppo non sia stato guidato dalle belle idee, dalla voglia di diventare &#8220;nodo&#8221; della grande ragnatela. I più si sono accostati alla rete come ad una scorciatoia per qualcosa di già noto e arcinoto . . .  dobbiamo forse cercare l&#8217;equazione che lega la moltiplicazione degli accessi alla banalizzazione?</p>
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		<title>Da leggere</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jun 2010 20:51:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Columba</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per contrastare gli abbattimenti connessi al mio attuale compito di commissario all&#8217;esame di stato vado leggendo varie cose, tutte interessanti, ma una in particolare mi colpisce (e fa tardare l&#8217;ora del sonno): I Miserabili, di Victor Hugo. Il mio personale gusto per lo più non indugia sui &#8220;classici&#8221;, preferisco la letteratura contemporanea, possibilmente asciutta e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per contrastare gli abbattimenti connessi al mio attuale compito di commissario all&#8217;esame di stato vado leggendo varie cose, tutte interessanti, ma una in particolare mi colpisce (e fa tardare l&#8217;ora del sonno): I Miserabili, di Victor Hugo. Il mio personale gusto per lo più non indugia sui &#8220;classici&#8221;, preferisco la letteratura contemporanea, possibilmente asciutta e senza fronzoli. Eppure I Miserabili mi sta piacendo veramente molto, trasuda grandezza, dignità, senso della storia.<br />
Essendo tra le opere i cui diritti sono ormai scaduti, il libro è scaricabile gratuitamente da <strong><a title="Liber liber" href="http://www.liberliber.it" target="_blank">Liber Liber</a></strong> . Riporto qui di seguito un brano sul quale so già che vorrò tornare più volte:</p>
<p><span id="more-720"></span></p>
<blockquote><p>Vicino a Digne, in campagna, v&#8217;era un uomo che viveva solitario; quell&#8217;uomo, diciamo subito la parola grossa, era un antico membro della Convenzione. Si chiamava G.<br />
Nel ristretto ambiente di Digne si parlava del convenzionale G. con una specie d&#8217;orrore. Ve l&#8217;immaginate, un convenzionale? Era cosa di tempi in cui ci si dava del tu e si diceva cittadino. Quell&#8217;uomo era a un dipresso un mostro; non aveva votato la morte del re, ma quasi; era un quasi regicida, era stato terribile. Come mai, al ritorno dei principi legittimi, quell&#8217;uomo non era stato tradotto davanti a una corte prevostale? Non gli avrebbero tagliato la testa, perché ci vuol clemenza; ma almeno l&#8217;avrebbero bandito a vita. Un esempio, dopo tutto, eccetera, eccetera! Del resto era un ateo, come tutta quella genìa&#8230; Cicaleccio delle oche sull&#8217;avvoltoio.<br />
Ma era proprio un avvoltoio, quel G.? Sì, stando a quel che v&#8217;era di selvaggio nella sua solitudine. Siccome non aveva votato la morte del re, non era stato compreso nel decreto d&#8217;esilio ed aveva potuto restare in Francia. Abitava a tre quarti d&#8217;ora di distanza dalla città, lontano da ogni capanna, da qualsiasi strada, in un incognito recesso d&#8217;una valletta selvaggia; laggiù aveva, si sussurrava, una specie di campo, una tana, un ricovero. Nessun vicino e nemmeno l&#8217;ombra d&#8217;un viandante; da quando abitava in quella valletta, il sentiero che vi conduceva era scomparso sotto l&#8217;erba. Si parlava di quel luogo come della casa del boia.<br />
Pure, il vescovo di tanto in tanto guardava pensieroso l&#8217;orizzonte dalla parte dove un ciuffo d&#8217;alberi indicava la valletta del vecchio convenzionale, dicendo fra sé: «Ecco un&#8217;anima che è sola.» E, in fondo al suo pensiero, aggiungeva: «Debbo visitarlo.»<br />
Ma, confessiamolo, quell&#8217;idea, così naturale di primo acchito, gli appariva, dopo un momento di riflessione, come strana e impossibile, quasi ripugnante. Poiché, in fondo, egli condivideva l&#8217;impressione generale ed il convenzionale gli ispirava, senza che se ne rendesse esattamente conto, quel sentimento che è come la frontiera dell&#8217;odio e che viene così ben espresso dalla parola ripulsione.<br />
Tuttavia, può la rogna delle pecore far indietreggiare il pastore? No; ma che pecora era quella! Il buon vescovo restava perplesso; talvolta si spingeva verso quella parte, eppoi tornava sui suoi passi.<br />
Un giorno, finalmente, si sparse nella città la voce che una specie di pastorello che serviva il convenzionale G. nel suo covo era venuto a cercare un medico; il vecchio scellerato stava morendo, la paralisi faceva progressi ed egli non avrebbe passato la notte. «Dio sia ringraziato!» aggiungevano alcuni.<br />
Il vescovo prese il bastone, indossò la sopraveste, per via della tonaca un po&#8217; troppo logora, come già abbiamo detto, ed anche per via del vento della sera, che non doveva tardare a spirare, e partì.<br />
Il sole tramontava e sfiorava già quasi l&#8217;orizzonte, quando il vescovo giunse al luogo scomunicato. Si accorse con un certo batticuore ch&#8217;era presso alla tana; scavalcò un fossatello, passò una siepe, rimosse una sbarra ed entrò in un cortile trasandato; fece coraggiosamente alcuni passi e all&#8217;improvviso, in fondo al terreno incolto, dietro un folto macchione, scorse la caverna. Era propriamente una capanna bassissima, misera, piccola e pulita, con un pergolato di viti sulla facciata.<br />
Davanti alla porta, in una di quelle vecchie sedie a ruote che sono la poltrona del contadino, c&#8217;era un uomo dai capelli bianchi, che sorrideva al sole. Vicino al vecchio stava ritto un giovanetto, il pastorello, che porgeva al vecchio una scodella di latte.<br />
Mentre il vescovo guardava, il vecchio alzò la voce:<br />
«Grazie,» disse «non m&#8217;occorre più nulla.» E il suo sorriso lasciò il sole, per posarsi sul fanciullo.<br />
Il vescovo si fece avanti. Al rumore dei passi, il vecchio seduto volse il capo ed il suo viso espresse tutta la sorpresa che si può mostrare dopo una vita a lungo vissuta.<br />
«Da quando sono qui,» disse «quest&#8217;è la prima volta che qualcuno entra in casa mia. Chi siete, signore?»<br />
Il vescovo rispose:<br />
«Mi chiamo Bienvenu Myriel.»<br />
«Bienvenu Myriel? Ho sentito pronunciare questo nome: sareste dunque colui che il popolo chiama monsignor Bienvenu?»<br />
«Sì.»<br />
Il vecchio riprese, con un sorriso a metà abbozzato:<br />
«In tal caso, siete il mio vescovo.»<br />
«Un poco.»<br />
«Entrate, signore.»<br />
Il convenzionale stese la mano al vescovo, ma questi non la prese e si limitò a dire:<br />
«Son contento di vedere che m&#8217;hanno ingannato. Voi non mi sembrate affatto malato.»<br />
«Signore,» rispose il vecchio «sto per guarire.»<br />
Fece una pausa e aggiunse:<br />
«Morirò fra tre ore.»<br />
Poi riprese:<br />
«Sono un po&#8217; medico e conosco in che modo viene l&#8217;ultima ora. Ieri, avevo soltanto i piedi freddi; oggi, il freddo ha raggiunto le ginocchia, ed ora sento che sale fino alla cintola. Quando sarà al cuore, mi fermerò. È bello il sole, nevvero? Mi sono fatto portar fuori per dare un&#8217;ultima occhiata alle cose; ma potete parlarmi, perché ciò non mi stanca. Fate bene a venir a trovare un uomo che sta per morire; è bene che questi momenti abbiano dei testimoni. Ognuno ha le sue manìe, ed io avrei voluto arrivare fino all&#8217;alba; ma so che ne ho a malapena per tre ore. Sarà buio. Che importa, dopo tutto? Finire è una cosa semplicissima e non v&#8217;è bisogno del mattino, per questo. E sia: morirò all&#8217;aria aperta.»<br />
Il vecchio si volse verso il  pastore.<br />
«Va&#8217; a dormire, tu. Hai vegliato la notte scorsa e sei stanco.»<br />
Il fanciullo rientrò nella capanna. Il vecchio lo seguì con lo sguardo e aggiunse, come se parlasse a se stesso:<br />
«Morirò mentr&#8217;egli dormirà. I due sonni possono farsi buona compagnia.»<br />
Il vescovo non era commosso quanto si potrebbe credere. Non gli sembrava di sentir Dio in quel modo di morire e, per dir tutto (poiché le piccole contraddizioni dei cuori grandi vogliono esser fatte notare come il resto), egli, che all&#8217;occasione rideva così volentieri di Sua Grandezza, era un pochino seccato di non esser chiamato monsignore, ed era tentato di ribattere: cittadino. Lo prese una velleità di familiarità burbera piuttosto consueta nei medici e nei preti, ma che a lui non lo era. Dopo tutto, quell&#8217;uomo, quel convenzionale, quel rappresentante del popolo era stato un potente della terra e, forse per la prima volta in vita sua, il vescovo si sentiva in vena di severità.<br />
Intanto il convenzionale l&#8217;osservava con una modesta cordialità nella quale si sarebbe forse potuto sceverare l&#8217;umiltà che s&#8217;addice quando si è così vicini alla propria fine mortale. Da parte sua, il vescovo, sebbene di solito si guardasse bene dalla curiosità che, secondo lui, era contigua all&#8217;offesa, non poteva far a meno di osservare il convenzionale con un&#8217;attenzione che, non avendo la sua sorgente nella simpatia, gli sarebbe probabilmente stata rimproverata dalla sua coscienza, se fosse stato di fronte ad un altro uomo. Un convenzionale gli faceva un po&#8217; l&#8217;effetto d&#8217;esser fuori della legge, anche della legge della carità.<br />
G., calmo, col busto quasi diritto e colla voce vibrante, era uno di quei grandi ottuagenari che riempiono di stupore il fisiologo. La rivoluzione ha avuto molti di questi uomini, proporzionati all&#8217;epoca; si sentiva in quel vecchio l&#8217;uomo a tutta prova, che, vicino alla fine, aveva conservato tutti i gesti della salute. Nella sua occhiata limpida, nel suo accento fermo, nel suo robusto moto delle spalle, c&#8217;era di che sconcertare la morte; Asrael, l&#8217;angelo maomettano del sepolcro, sarebbe tornato sui suoi passi ed avrebbe creduto d&#8217;aver sbagliato porta. Sembrava che G. morisse solo perché v&#8217;acconsentiva; v&#8217;era della libertà nella sua agonia. Solo le gambe erano immobili e le tenebre lo tenevan per quelle; i piedi erano morti e freddi, ma la testa viveva di tutta la possanza della vita e sembrava in piena luce. In quel solenne momento, G. assomigliava a quel re del racconto orientale, carne in alto e marmo in basso. Una pietra era lì presso; e il vescovo vi si sedette. L&#8217;esordio fu ex-abrupto.<br />
«Mi felicito con voi,» disse, con quel tono di voce con cui si fa un rimprovero. «Voi non avete votato la morte del re, almeno.»<br />
Il convenzionale non parve notare l&#8217;amaro sottinteso nascosto in quella parola almeno. Egli rispose, mentre il sorriso scompariva dal suo viso: «Non vi felicitate troppo, signore; io ho votato la fine del tiranno.»<br />
Era l&#8217;accento austero, di fronte all&#8217;accento severo.<br />
«Che volete dire?» ribatté il vescovo.<br />
«Voglio dire che l&#8217;uomo ha un tiranno, l&#8217;ignoranza, e che io ho votato la fine di questo tiranno. È lui che ha generato la regalità, che è l&#8217;autorità presa dal falso, mentre la scienza è l&#8217;autorità presa dal vero. L&#8217;uomo dev&#8217;essere governato solo dalla scienza.»<br />
«E dalla coscienza,» aggiunse il vescovo.<br />
«Fa lo stesso. La coscienza è la qualità di scienza innata che abbiamo in noi.»<br />
Monsignor Bienvenu ascoltava, un po&#8217; stupito, quel linguaggio, nuovissimo per lui. E il convenzionale proseguì:<br />
«Quanto a Luigi XVI, dissi di no. Non credo d&#8217;aver il diritto d&#8217;uccidere un uomo; ma sento il dovere di sterminare il male, e votai la fine del tiranno, vale a dire la fine della prostituzione per la donna, la fine della schiavitù per l&#8217;uomo e la fine delle tenebre per il fanciullo. Questo votai, votando per la repubblica: votai la fratellanza, la concordia, l&#8217;aurora! Favorii la caduta dei pregiudizi e degli errori, e il ruinare degli errori e dei pregiudizi produce la luce. Noi, proprio noi, facemmo cadere il vecchio mondo ed il vecchio mondo, vaso di miserie, nel rovesciarsi sul genere umano è divenuto un&#8217;urna di gioia.»<br />
«Gioia impura,» disse il vescovo.<br />
«Potreste dire gioia torbida, ed oggi, dopo quel fatale ritorno del passato che si chiama 1814, gioia scomparsa. Ahimè! L&#8217;opera fu incompleta, ne convengo; abbiamo demolito l&#8217;antico regime nei fatti, ma non abbiamo potuto sopprimerlo del tutto nelle idee. Non basta distruggere gli abusi, bisogna modificare i costumi; ma se il mulino non c&#8217;è più, il vento c&#8217;è ancora.»<br />
«Avete demolito. Ora, il demolire può essere utile, ma io diffido d&#8217;una demolizione complicata dalla collera.»<br />
«Il diritto ha la sua collera, signor vescovo, e la collera del diritto è uno degli elementi del progresso. Ma non importa; checché se ne dica, la rivoluzione francese è il più potente passo del genere umano, dopo l&#8217;avvento di Cristo. Incompleta, sia pure; ma sublime. Essa ha trovato il valore di tutte le incognite sociali; ha raddolcito le menti, essa ha colmato, pacificato, illuminato; ha fatto scorrere sulla terra fiumi di civiltà; è stata buona. La rivoluzione francese è la consacrazione dell&#8217;umanità.»<br />
Il vescovo non poté trattenersi dal mormorare:<br />
«Davvero? E il 93?»<br />
Il convenzionale si rizzò sulla sedia con la solennità della morte ed esclamò, come lo può un moribondo:<br />
«Oh, ci siamo! Il 93! M&#8217;aspettavo questa parola. Una nube s&#8217;è andata formando per millecinquecento anni e, in capo a quei millecinquecento anni, è scoppiata. Voi fate il processo al fulmine.»<br />
Il vescovo sentì, anche senza volerselo confessare, che qualcosa era stato colpito, in lui; pure non mutò aspetto e disse:<br />
«Il giudice parla in nome della giustizia e il prete parla in nome della pietà che non è altro che una giustizia più alta. Il fulmine non deve sbagliarsi.»<br />
E aggiunse guardando il convenzionale:<br />
«E Luigi XVII?»<br />
Il convenzionale stese la mano e afferrò il vescovo per il braccio:<br />
«Luigi XVII? Vediamo: su chi piangete? Sul fanciullo innocente, forse? E allora sia, anch&#8217;io piango con voi. Forse sul fanciullo regale? Chiedo di riflettere. Per me il fratello di Cartouche, fanciullo innocente, appeso per le ascelle in piazza della Grève finché morte ne seguisse, per il solo delitto d&#8217;esser stato il fratello di Cartouche, non è meno compassionevole del nipotino di Luigi XV, fanciullo innocente, martirizzato nella torre del Tempio per il solo delitto d&#8217;esser stato il nipotino di Luigi XV.»<br />
«Signore,» disse il vescovo «non mi piacciono codesti accostamenti di nomi.»<br />
«Cartouche e Luigi XVII? E per quale dei due protestate?»<br />
Vi fu un momento di silenzio. Quasi il vescovo si pentiva d&#8217;esser venuto, eppure si sentiva vagamente e stranamente scosso.<br />
Il convenzionale riprese:<br />
«Oh, signor prete, voi non amate le crudezze del vero! Cristo le amava, lui; e prendeva una verga e spazzava il tempio. Il suo staffile, pieno di bagliori, era un aspro predicatore di verità. E quando egli esclamava Sinite parvulos, non faceva distinzione fra i bambini e non si sarebbe trovato imbarazzato a raccostare il delfino di Barabba al delfino d&#8217;Erode. L&#8217;innocenza, signore, fa da corona a se stessa ed è altrettanto augusta fra i cenci che fra i fiordalisi.»<br />
«È vero,» disse il vescovo a bassa voce.<br />
«Insisto,» continuò il convenzionale. «Avete nominato Luigi XVII. Intendiamoci: vogliamo piangere su tutti gli innocenti, su tutti i martiri, su tutti i fanciulli, tanto quelli in basso quanto quelli in alto? Ci sto anch&#8217;io. Ma allora, come v&#8217;ho detto, bisogna risalire oltre il 93, e le nostre lagrime debbono incominciare prima di Luigi XVII; piangerò con voi sui figli dei re, purché voi piangiate meco sui figli del popolo.»<br />
«Io piango su tutti,» disse il vescovo.<br />
«Allo stesso modo!» esclamò G. «E se la bilancia deve pendere, sia dalla parte del popolo, che soffre da maggior tempo.»<br />
Vi fu ancora un breve silenzio, che il convenzionale interruppe per primo. Egli si sollevò sopra un gomito, si prese la gota fra il pollice e l&#8217;indice, come si fa macchinalmente quando s&#8217;interroga o si giudica, poi interpellò il vescovo con uno sguardo pieno di tutte le energie dell&#8217;agonia. Fu quasi un&#8217;esplosione.<br />
«Sì, signore, da molto tempo il popolo soffre. E poi, vedete, non si tratta solo di ciò: perché venite ad interrogarmi ed a parlarmi di Luigi XVII? Io non vi conosco, da quando sono in questo paese, ho vissuto in questo eremo, solo, senza mettere un piede fuori, senza vedere altre persone, all&#8217;infuori di questo ragazzo che m&#8217;aiuta. Per dire il vero, il vostro nome è giunto confusamente fino a me e, debbo dirlo, non pronunciato male; ma questo non significa nulla. Le persone abili hanno mille modi di darla a bere a quel semplicione ch&#8217;è il popolo. A proposito: non ho sentito il rumore della vostra carrozza; senza dubbio, l&#8217;avete lasciata dietro il ceduo, laggiù, al bivio della strada. Non vi conosco, ripeto; m&#8217;avete detto che siete il vescovo, ma questo non mi dice nulla circa la vostra persona morale. Insomma, vi ripeto la mia domanda: chi siete? Siete un vescovo, vale a dire un principe della chiesa, uno di quegli uomini dorati, stemmati, ben forniti di rendite, dalle grasse prebende (il vescovo di Digne ha quindicimila franchi di fisso e diecimila di incerti cioè un totale di venticinquemila franchi), cucine e servi in livrea, che se la passano bene a tavola, mangiando le folaghe al venerdì, che si pavoneggiano, con un servo davanti e uno dietro, nelle berline di gala, che posseggono palazzi e vanno in carrozza in nome di Gesù Cristo, che andava a piedi nudi! Siete un prelato; rendite, palazzi, cavalli, servitori, buona tavola, anche voi avete, come gli altri, tutte le sensualità della vita; e come gli altri ne godete. Sta bene; ma questo dice troppo e non dice abbastanza; non colla probabile pretesa di recarmi la saggezza. A chi sto parlando? Chi siete?»<br />
Il vescovo abbassò il capo e rispose: «Vermis sum.»<br />
«Un verme in carrozza!» brontolò il convenzionale. Toccava ora al convenzionale d&#8217;essere altero ed al vescovo umile.<br />
Il vescovo ribatté con dolcezza:<br />
«E sia, signore; ma vogliatemi spiegare in che modo la mia carrozza, che è qui a due passi, dietro gli alberi e la mia buona tavola e le folaghe che mangio al venerdì e le mie venticinquemila lire di rendita e il mio palazzo e i miei lacché dimostrino che la pietà non è una virtù, che la clemenza non è un dovere e che il 93 non è stato inesorabile.»<br />
Il convenzionale si passò una mano sulla fronte, come per allontanarne una nube.<br />
«Prima di rispondervi,» disse «vi prego di perdonarmi. Ho avuto torto, signore; siete in casa mia, siete mio ospite ed io vi sono in obbligo di cortesia. Voi discutete le mie idee ed io debbo limitarmi a combattere i vostri ragionamenti. Le ricchezze e gli agi vostri mi danno nella discussione un vantaggio su di voi; ma è di buon gusto, da parte mia, non servirmene. Vi prometto che non l&#8217;userò più.»<br />
«Vi ringrazio,» disse il vescovo.<br />
G. rispose:<br />
«Torniamo alla spiegazione che mi chiedevate. Dove eravamo? Cosa dicevate? Che il 93 è stato inesorabile?»<br />
«Inesorabile sì,» disse il vescovo. «Che ne pensate di Marat, che batte le mani alla ghigliottina?»<br />
«E che ne pensate voi di Bossuet, che canta il Te Deum per gli sciabolatori di protestanti?»<br />
La risposta era dura, ma andava a segno colla rigidità d&#8217;una punta d&#8217;acciaio. Il vescovo trasalì, nessuna risposta gli venne alle labbra, ma quel modo di nominare Bossuet lo toccò sul vivo. Anche le menti migliori hanno i loro feticci e si sentono talvolta vagamente colpite dalle mancanze di rispetto della logica.<br />
Il convenzionale incominciava ad ansimare. L&#8217;asma dell&#8217;agonia che accompagna gli ultimi respiri, gli mozzava la voce; pure aveva negli occhi il riflesso d&#8217;una perfetta lucidità. Egli continuò:<br />
«Diciamo ancora qualche parola qua e là; io ci sto. A prescindere dalla rivoluzione, che, presa nel suo insieme, è una immensa affermazione umana, il 93, ahimè! è una risposta. Voi lo trovate inesorabile; ma tutta la monarchia signore? Carrier è un bandito; ma che nome date a Montrevel? Fouquier-Tinville è un pezzente; ma qual è la vostra opinione su Lamoignon-Bâville? Maillard è spaventoso; ma Saulx-Tavannes, di grazia? Il padre Duchêne è feroce; ma quale epiteto mi concedete per il padre Letellier? Jourdan Tagliateste è un mostro, minore però del signor Marchese di Louvois. O signore, signore! Io compiango Maria Antonietta arciduchessa e regina; ma compiango pure quella povera donna ugonotta che, nel 1685, sotto Luigi il Grande, signore, con un bimbo lattante, fu legata ad un palo, nuda fino alla cintola, col bimbo ad una certa distanza; il seno si gonfiava di latte ed il cuore d&#8217;angoscia: il piccino, affamato e pallido vedeva quel seno, agonizzava e strillava; ed il boia diceva a quella donna, madre e nutrice: &#8216;Abiura!&#8217; dandole da scegliere fra la morte del figlio e la morte della coscienza. Che ne dite di codesto supplizio di Tantalo applicato ad una madre? Ricordatevi, signore: la rivoluzione francese ha avuto le sue ragioni. La sua collera sarà assolta dall&#8217;avvenire, perché il suo risultato sarà il mondo migliore; dai suoi più terribili colpi, esce una carezza per il genere umano. Ma basta così; finisco, perché ho troppo buon gioco. Eppoi, muoio.»<br />
E cessando di guardare il vescovo, il convenzionale completò il suo pensiero con queste parole tranquille:<br />
«Sì, le brutalità del progresso si chiamano rivoluzioni. Quando sono finite, si riconosce questo: che il genere umano è stato maltrattato, ma ha camminato.»<br />
Il convenzionale non sospettava neppure d&#8217;aver conquistato successivamente, una dopo l&#8217;altra, le più intime resistenze del vescovo; ma ne rimaneva ancor una e da quella suprema difesa di monsignor Bienvenu, uscì questa frase, in cui riapparve tutta l&#8217;asprezza dell&#8217;inizio:<br />
«Il progresso deve credere in Dio. Il bene non può avere servitori empî; l&#8217;ateo è un cattivo condottiero del genere umano.»<br />
Il vecchio rappresentante del popolo non rispose; ebbe un fremito, guardò il cielo e nel suo sguardo spuntò lenta una lacrima. Quando la palpebra fu piena, la lacrima scorse lungo la gota livida, mentr&#8217;egli diceva a bassa voce, balbettando e come se parlasse a se stesso:<br />
«O ideale, tu solo, tu solo esisti!»<br />
Il vescovo ebbe una specie d&#8217;inesprimibile commozione. Dopo una pausa, il vegliardo levò un dito verso il cielo e disse:<br />
«L&#8217;infinito esiste ed è là. Se l&#8217;infinito non avesse un io, l&#8217;io sarebbe il suo limite; perciò non sarebbe infinito o, in altre parole, non esisterebbe. Ora, dal momento ch&#8217;esso è, ha un io ; quest&#8217;io dell&#8217;infinito è Dio.»<br />
Il morente aveva pronunciato queste ultime parole a voce alta e col fremito dell&#8217;estasi, come se vedesse qualcuno. Quand&#8217;ebbe finito di parlare, gli si chiusero gli occhi; lo sforzo l&#8217;aveva spossato. Era evidente che in quell&#8217;attimo aveva vissuto le poche ore che gli rimanevano e che quanto aveva detto l&#8217;aveva avvicinato a colui che è nella morte. L&#8217;istante supremo stava per giungere.<br />
Il vescovo lo capì. Il momento urgeva ed egli era venuto come prete; ma, dall&#8217;estrema freddezza, era passato alla profonda commozione. Guardò quegli occhi chiusi, prese quella vecchia mano rugosa e gelida e si chinò verso il moribondo:<br />
«Quest&#8217;è l&#8217;ora di Dio. Non credete che sarebbe triste che ci fossimo incontrati invano?»<br />
Il convenzionale riaperse gli occhi e sul suo viso si dipinse una gravità in cui v&#8217;era già l&#8217;ombra.<br />
«Signor vescovo,» disse, con una lentezza che, forse, proveniva più dalla dignità dell&#8217;animo che dall&#8217;affievolirsi delle forze «ho trascorso la vita nella meditazione, nello studio e nella contemplazione. Avevo sessant&#8217;anni, quando il paese mi chiamò e m&#8217;ordinò d&#8217;occuparmi dei suoi affari. Ubbidii; c&#8217;erano degli abusi e li combattei, c&#8217;erano tirannie e le distrussi, c&#8217;erano diritti e principî ed io li proclamai e sostenni. Il territorio era invaso e lo difesi; la Francia era minacciata ed io offersi il mio petto. Non ero ricco e sono povero; ero uno dei padroni dello Stato in certi momenti in cui le cantine del Tesoro erano così ingombre di valute, che bisognava puntellare i muri, perché non cedessero sotto il peso dell&#8217;oro e dell&#8217;argento, e andavo a pranzare in via dell&#8217;Albero Secco a ventidue soldi per pasto. Ho soccorso gli oppressi e consolato i sofferenti. Ho stracciato, è vero, la tovaglia dell&#8217;altare; ma per fasciare le ferite della patria. Ho sempre sostenuto la marcia in avanti del genere umano, verso la luce, ed ho talvolta resistito al progresso spietato; all&#8217;occorrenza ho protetto voi, i miei avversari; e a Peteghem, in Fiandra, nel luogo in cui i re merovingi avevano il palazzo d&#8217;estate, v&#8217;è un convento di clarisse, ch&#8217;io salvai nel 1793. Ho fatto il mio dovere secondo le mie forze e tutto il bene che ho potuto; e per questo sono stato schiacciato, stanato, inseguito, perseguitato, diffamato, schernito, fischiato, maledetto, proscritto. Da moltissimi anni in qua, malgrado i miei capelli bianchi, capisco che molti credono d&#8217;aver il diritto di disprezzarmi e, per gli occhi della povera folla ignorante, ho la faccia d&#8217;un dannato; pure accetto, senza odiare nessuno, l&#8217;isolamento dell&#8217;odio. Ora ho ottantasei anni e sto per morire; che cosa venite a chiedermi?»<br />
«La vostra benedizione,» disse il vescovo, cadendo in ginocchio.</p></blockquote>
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		<title>Modi diversi per un corso on line &#8211; A different on line course</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Jun 2010 16:12:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Columba</dc:creator>
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		<description><![CDATA[English section of the post
In this post I&#8217;ll try to summarize in italian language the content of  How This  Course Works post. So it is not necessary the english translation of it. Better the original one!
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Leggo la pagina How This  Course Works del Critical Literacies Online  Course Blog in fase di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #333399;"><strong>English section of the post</strong></span></p>
<p><span style="color: #333399;">In this post I&#8217;ll try to summarize in italian language the content of <strong> <a href="http://ple.elg.ca/course/?p=18">How This  Course Works</a></strong> post. So it is not necessary the english translation of it. Better the original one!</span></p>
<p><span style="color: #333399;">&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8211;</span></p>
<p><span style="color: #333399;"><br />
</span></p>
<p>Leggo la pagina<strong> <a href="http://ple.elg.ca/course/?p=18">How This  Course Works</a></strong> del <strong><a href="http://ple.elg.ca/course">Critical Literacies Online  Course Blog</a></strong> in fase di avviamento. Si tratta di un corso di tipo <strong>connettivista </strong>e le differenze di concezione e di svolgimento sono subito evidenti. Provo a puntualizzarle.</p>
<p>Intanto va evidenziato che l&#8217;obiettivo del corso non è quello di ricordare dei contenuti. Si tratta piuttosto di<strong> intraprendere delle attività</strong> che saranno, di conseguenza, diverse da persona a persona. La sede di svolgimento inoltre non è unica ma l&#8217;intero web è potenzialmente coinvolto. Le attività principali sono quattro:</p>
<ul>
<li>Aggregazione</li>
</ul>
<p style="padding-left: 30px;">Il corso fornisce una grande quantità di materiali in forma di letture, video, audio e quant&#8217;altro immaginabile. La quantità è tale che non è pensabile che si possa leggerli tutti. Ognuno allora è chiamato a scegliere quanto ritiene più interessante e appropriato ai personali interessi.</p>
<ul>
<li>Remix ( non saprei come tradurlo)</li>
</ul>
<p style="padding-left: 30px;">Una volta che alcuni contenuti siano stati letti o ascoltati o guardati, il passo successivo è di tenerne in qualche modo traccia. I modi consigliati per questo sono:</p>
<blockquote style="padding-left: 30px;">
<ul>
<li>scrivere un post sul proprio blog (eventualmente aprendone uno nuovo su blogger o su wordpress)</li>
<li>creare un nuovo item su <a title="delicious" href="http://delicious.com/" target="_blank">delicious </a>per ogni documento fruito</li>
<li>prendere parte alla discussione sui forum della piattaforma on line del corso</li>
<li>inviare dei messaggi su <a title="twitter" href="http://twitter.com/" target="_blank">Twitter</a></li>
</ul>
</blockquote>
<ul>
<li>Riproposizione</li>
</ul>
<p style="padding-left: 30px;">Si tratta forse della fase più difficile e delicata. Deliberatamente è stato scelto questo termine perchè non si tratta di fare delle &#8220;creazioni&#8221;, quanto piuttosto delle rielaborazioni personali dei materiali precedentemente aggregati e &#8220;remixati&#8221;. L&#8217;accento qui è posto sul fatto che non si tratta di partire da zero, bensì si parte dai materiali che sono stati precedentemente proposti. Gli stessi materiali dovranno costituire i mattoni sui quali costruire pensiero e comprensione.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Questo pensiero, questa comprensione, sono il vero oggetto del corso. Gli strumenti di alfabetizzazione critica che saranno descritti nel corso dovranno costituire i veri e propri <strong>strumenti </strong>(tools) per creare il proprio personale contenuto. Il compito dei corsisti è, quindi, non quello di memorizzare i contenuti, ma di usarli come <strong>strumenti </strong>con i quali fare pratica.</p>
<ul>
<li>Condivisione</li>
</ul>
<p style="padding-left: 30px;">Altra attività fondamentale per il corso è quello della condivisione di quanto andiamo producendo. Può essere imbarazzante, può capitare di sentirsi esposti e di fare pubblicamente degli errori, ma si tratta di una operazione stimolante che ci spinge a lavorare più duramente e più significativamente. E poi il corso si nutre, letteralmente, della condivisione dei materiali che ogni partecipante produce: ogni contributo incrementa la quantità di materiale disponibile. Le persone apprezzano molto che si condivida con loro del materiale. Ognuno di noi apprezza la possibilità di poter accedere a dei materiali.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Le modalità della condivisione sono le seguenti: taggare ogni contributo con la sigla <strong>CritLit2010, </strong>specialmente su delicious o su twitter. Attraverso questo tag i diversi contributi saranno automaticamente aggregati a livello dell&#8217;intero corso. Stesso discorso vale per i post sui blog, o i materiali su facebook o flickr.</p>
<p style="padding-left: 30px;">
<p>Quando un corso connettivista funziona bene, grazie a questa modalità di condivisione è possibile assistere all&#8217;instaurarsi di un grande ciclo di produzione, creazione e condivisione. Una esperienza così bella che non si vorrebbe che terminasse con il corso stesso.</p>
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		<title>Il gusto dell&#8217;intelligenza</title>
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		<pubDate>Sat, 22 May 2010 15:19:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Columba</dc:creator>
				<category><![CDATA[It's me!]]></category>
		<category><![CDATA[citazioni]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>

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		<description><![CDATA[Sottotitolo:
Come l&#8217;uso dei blog possa sconfiggere le logiche giornalistiche di mercato e farci recuperare la riflessione e l&#8217;uso dell&#8217;intelligenza.
L&#8217;articolo di Vittorio Zucconi su Repubblica e la conseguente riflessione di Mario Rotta sul suo blog affrontano il tema di grande attualità offerto da facebook e dai suoi utilizzi. Non sarei capace di aggiungere granchè ripetto a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sottotitolo:</p>
<p><strong>Come l&#8217;uso dei blog possa sconfiggere le logiche giornalistiche di mercato e farci recuperare la riflessione e l&#8217;uso dell&#8217;intelligenza.</strong></p>
<p>L&#8217;articolo di <strong><a title="Facebook, l'amico-nemico le guerre del social network" href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2010/05/21/news/facebook_nemico-4230829/" target="_blank">Vittorio Zucconi</a> </strong>su Repubblica e la conseguente<strong> <a title="Due o tre cose che so di Facebook" href="http://www.mariorotta.com/knowledge/?p=261" target="_blank">riflessione di Mario Rotta</a> </strong>sul suo blog affrontano il tema di grande attualità offerto da facebook e dai suoi utilizzi. Non sarei capace di aggiungere granchè ripetto a quanto brillantemente esposto da Zucconi e da Rotta, ma colgo l&#8217;occasione per puntare il dito contro le modalità e le maniere del giornalismo, maniere deleterie perfino quando a scrivere è una persona che stimo e che leggo molto volentieri come Vittorio Zucconi. Non sto parlando delle testate giornalistiche (Il Foglio, Il Giornale, La Padania . . .) che quando le vedo in edicola mi viene da pensare di essere stato improvvisamente catapultato a Paperopoli, tanto finti, calcati e paradossali mi sembrano gli articoli che campeggiano in prima pagina. No, parlo della stampa normale e mediamente colta, perfino moderata, che tuttavia non riesce, forse nemmeno può, sottrarsi alla logica &#8220;piaciona&#8221; di solleticare in qualsiasi modo la curiosità e l&#8217;interesse del lettore. Nemmeno può per esigenze di mercato, perchè deve vendere, deve piacere, deve <em>creare </em>la notizia. Ecco quindi nell&#8217;articolo di Zucconi campeggiare abbondantemente parole come &#8220;miliardi&#8221;, &#8220;guerra&#8221;, &#8220;mondo&#8221;, &#8220;grande fratello&#8221;,&#8221;complotto&#8221; . . . Ecco la proposizione delle paure sulla privacy. Ecco: le paure!</p>
<p>Io credo che questa sia una cosa che sta danneggiando un pò tutti e che ci sta rendendo davvero un cattivo servizio sia in termini strettamente informativi, sia, ed è più grave, in termini formativi.</p>
<p>Ecco perchè, nonostante da qualche parte se ne stia già prevedendo la possibile fine, sono sempre più convinto della opportunità di leggere dei buoni blog, ovvero di andarsi a cercare degli ambiti di riflessione, come questo offertoci da Rotta. Qualche volta, per favore, lasciamola perdere l&#8217;eccitazione! Volendolo dire in altre parole: per favore, di tanto in tanto, lasciamolo perdere questo &#8220;mercato&#8221; : qualche volta, per favore, lasciamoci prendere dal gusto di recuperare, perfino d&#8217;usare, la nostra intelligenza.</p>
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		<title>Vulcani, natura, progresso</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 11:10:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Columba</dc:creator>
				<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[It's me!]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>

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		<description><![CDATA[Solo qualche rapida annotazione che prende spunto da un notiziario ascoltato per radio e dal blog &#8220;Il corrosivo&#8221;  Nuvole di cenere su sfondo monocromatico .
Personalmente le manifestazioni terribili e incontrollabili della natura mi affascinano: mi, ci ricordano della nostra, come esseri umani, limitatezza. Non possiamo fare tutto, non possiamo controllare un terremoto o uno tsunami, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Solo qualche rapida annotazione che prende spunto da un notiziario ascoltato per radio e dal blog &#8220;Il corrosivo&#8221; <strong><a href="http://ilcorrosivo.blogspot.com/2010/04/nuvole-di-cenere-su-sfondo.html"> Nuvole di cenere su sfondo monocromatico .</a></strong></p>
<p>Personalmente le manifestazioni terribili e incontrollabili della natura mi affascinano: mi, ci ricordano della nostra, come esseri umani, limitatezza. Non possiamo fare tutto, non possiamo controllare un terremoto o uno tsunami, non possiamo pensare che la nostra tecnologia ci possa mettere definitivamente al sicuro. Quando l&#8217;Etna, o il vulcano finlandese, generano questo incredibile e <strong><em>artistico </em></strong>disastro di ghiaccio e di fuoco (si esprime in questi termini anche Citati<strong> <a title="Citati su Islanda" href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/04/17/islanda-la-terra-dei-mostri-nel-mistero.html" target="_self">in un editoriale su repubblica</a></strong>) rimaniamo insieme atterriti e affascinati.</p>
<p>Le polveri vanno sino alla stratosfera e bloccano il traffico aereo? Poco male, tutto sommato. Sta succedendo quasi niente se pensiamo a quanto succederà, <strong>dico succederà e non &#8220;potrebbe succedere&#8221;</strong> per la prossima nube ardente del vesuvio! Migliaia di morti, se non più! Una vera apocalisse, tanto più atroce quanto più manifestamente annunciata dall&#8217;espandersi della urbanizzazione alle falde del vulcano. Poi si griderà alla follia degli amministratori e all&#8217;assurdo del sistema di generazione del consenso. Del resto: avete visto dov&#8217;erano le case crollate per le alluvioni recenti nel messinese? Esattamente alle foci delle &#8220;fiumare&#8221;, letti asciutti o quasi anche per trenta e più anni . .  ma basta guardarne la larghezza per capire cosa sono capaci di fare.</p>
<p>Mi sono lasciato prendere la mano, quello che adesso volevo sottolinenare è questo: se le compagnie aeree sono in crisi, forse sarà anche perchè il sistema nel suo complesso sta reagendo ad una serie di consumi e di sprechi. Diamo pure allora i contributi alle compagnie per quanto riguarda la salvaguardia dei lavoratori, ma, allo stesso tempo, incentiviamo forme alternative di movimento, i treni veloci, <strong>e incentiviamo anche il &#8220;non movimento</strong>&#8220;. Possiamo tranquillamente evitare tanti spostamenti per fare solo delle riunioni di lavoro! Ormai anche da casa basta un portatile e un software come skype e il gioco è fatto! Se ne stanno accorgendo anche i dirigenti delle compagnie aeree che  in queste si riuniscono nei vari possibili &#8220;ambienti virtuali&#8221; ! <img src='http://www.columba.it/wp-includes/images/smilies/icon_wink.gif' alt=';-)' class='wp-smiley' /> </p>
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		<title>Hanno tutti ragione</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Apr 2010 17:47:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carlo Columba</dc:creator>
				<category><![CDATA[It's me!]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>

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Rischia di far male questo libro di Paolo Sorrentino. Non perchè sia sia sgradevole, brutto, inconcludente, no tuttaltro! Rischia di far male al tentativo di conservare una visione della vita non del tutto priva di romanticismo, alla speranza di poter, se non sconfiggere, almeno fare a meno delle ipocrisie, alla speranza di un cambiamento degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a title="More about Hanno tutti ragione" href="http://www.anobii.com/books/Hanno_tutti_ragione/9788807018091/01b336bfe0f9b750a6/"><img class="aligncenter" style="padding: 5px;" title="More about Hanno tutti ragione" src="http://image.anobii.com/anobi/image_book.php?type=4&amp;item_id=01b336bfe0f9b750a6&amp;time=1268290655" alt="More about Hanno tutti ragione" /></a></p>
<p>Rischia di far male questo libro di Paolo Sorrentino. Non perchè sia sia sgradevole, brutto, inconcludente, no tuttaltro! Rischia di far male al tentativo di conservare una visione della vita non del tutto priva di romanticismo, alla speranza di poter, se non sconfiggere, almeno fare a meno delle ipocrisie, alla speranza di un cambiamento degli assetti politici e sociali. Ma anche, anzi ancora di più, fa male perchè ci svela quanto effimeri e sdolcinati possano essere i racconti che ci facciamo a noi stessi, i racconti con i quali pateticamente tentiamo di valorizzare  e ordinare  le nostre irrimediabilmente inutili e inconcludenti esistenze.</p>
<p>Il libro mi è decisamente piaciuto e l&#8217;ho classificato su Anobii con un secco &#8220;5 stelle&#8221;, però, ecco, forse non lo consiglierei ad un adolescente!</p>
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