Carlo Columba

Pagine Personali.

Archive for the ‘It's me!’


DreamingPalermo

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Ci sono momenti nei quali gli eventi, le tante storie di vita, i fatti riportati come cronaca, diventano “la storia”, o almeno parte della storia, di una città. Ci sono persone che hanno questo dono: raccogliere le tante componenti, i materiali che le documentano e farsi mezzo e strumento di questa trasformazione.

E’ quanto hanno fatto Mario Bellone e Valeria Ferrante con DreamingPalermo, documentario che ricostruisce le vicende legate alla cultura musicale della Palermo degli anni 50 e 60. L’orizzonte temporale va dal dopoguerra al famoso festival Palermo Pop 70, evento al quale, avendo da poco compiuto 14 anni, i miei genitori non mi permisero di partecipare. Vedere DreamingPalermo ha quindi avuto per me anche il senso di “recupero” di una esperienza giovanile importante per le generazioni subito precedenti la mia.

Il documentario, frutto di un’opera monumentale di ricerca, è molto ben fatto, ma non è di questo che voglio parlare, quanto, piuttosto, della domanda che mi frulla per la testa da un paio d’ore: PalermoDreaming, tra le altre cose, è anche una dichiarazione di amore per questa città. Dal momento che condivido e  mi ci ritrovo in pieno, mi domando: com’è possibile? Com’è possibile continuare ad amare una città che ti espone a folli comportamenti automobilistici, concentrazioni di gas di scarico da immediato mal di gola, cumuli di immondizia che persino nelle strade più eleganti superano il primo piano, sindaci e amministratori palazzinari e in odor (quando va bene) di mafia? Com’è possibile tollerare la sistematica trasformazione delle tante opportunità in altrettante occasioni perdute? Forse per adesione al celebre “this land is our land . .  di Guthriana memoria?  O forse perchè, sia pure di rado, qualcosa, come il documentario visto stasera, ci restituisce un pizzico di orgoglio e di dignità.

Di questo ne sono veramente grato agli autori.

Il tempo scorre sulle rovine di Poggioreale

Il tempo scorre sulle rovine di Poggioreale

Piccola meditazione di fine anno su qualche aspetto della nostra – intendo umana e insieme, più specificamente, siciliana – condizione . . .

Il terremoto della Valle del Belice è ormai datato di oltre 40 anni: della storia della ricostruzione, delle scelte, delle speculazioni, degli errori, mancanze, omissioni, sottrazioni . . . non è a questo che va la mia attenzione. La riflessione nasce dall’aver potuto fare questa foto pochi giorni orsono: le case, il paese, hanno lo stesso aspetto del giorno dell’abbandono. Certo, qualche muro avrà ceduto, qualche tetto sarà crollato, ma il paese, il paesaggio che da esso ne deriva, è rimasto sostanzialmente immutato.

Strana situazione: in un tempo di rapidi cambiamenti, un tempo che non ci dà tregua, che non consente alla nostra natura di adattarsi al ritmo delle mutazioni, la condizione dei ruderi di Poggioreale sembra suggerirci una pseudo-gattopardesca riflessione sullo scorrere del tempo. Come a dire che il tempo che ci facciamo vertiginosamente scorrere addosso, il tempo che esaurisce in fretta le nostre risorse vitali, non è capace, non riesce a cancellare l’immobilismo, l’inerzia, l’indifferenza delle nostre esistenze.

. . . da provare . . .

Sempre più urgente, almeno per me, la necessità di tener conto degli strumenti e dei siti che potrebbero tornare utili per il lavoro o per se stessi. Vado così facendomi delle rubriche intitolate “da provare”, oppure “leggere”, “stampare”  e così via. Uso naturalmente anche gli strumenti del web tipo Delicious o Twine ma il tutto rimane sempre più caotico di quanto vorrei ;-)

Gli ultimi siti “2.0″ che vorrei provare (ma non so trovare il tempo di farlo . . ):

(more…)

Un barCamp a Palermo!

Non potevo non andare! Anche se solo per la mattinata mi sono unito al LivingLabCamp, evento creato attorno all’idea della co-creatività come molla per il rilancio delle realtà territoriali e organizzato dalla rete TLL-Sicily - Living Lab territoriale per la Regione Siciliana.

Gli incontri sono stati molto gradevoli e interessanti, la mia partecipazione ha riguardato un progetto al quale sto attualmente lavorando: Arca dei Suoni.

Baricco, Omero, Iliade

Omero, IliadeLa lettura più significativa della mia estate è stata “Omero, Iliade” di Alessandro Baricco, una riduzione dell’originale concepita per una lettura in pubblico ma che regge perfettamente anche ad una versione in stampa. I criteri sono stati: mai operare una sintesi, semmai solamente dei tagli per snellire alcuni periodi troppo lunghi e complessi: in tal modo il linguaggio  non è alterato rispetto alla traduzione di Maria Grazia Ciani. I capitoli riguardanti le apparizioni degli dei sono stati totalmente eliminati, col risultato di evidenziare una straordinaria natura “laica” del racconto e di scoprire che non sono essenziali alla comprensione della successione degli avvenimenti. Una ulteriore modifica è consistita nella trasformazione del testo in “soggettiva”: eliminata cioè la narrazione in terza persona, ogni canto è “raccontato” da uno dei protagonisti, di volta in volta, Ettore, Achille, Agamennone, Priamo… in tal modo si è favorito il processo di immedesimazione.
Il risultato a mio parere è eccellente: la lettura è gradevole e interessante e certamente consigliabile e godibile anche ai non “addetti ai lavori”. Paura, orgoglio, ira, luccicare delle armi, clangore degli scontri ci investono in tutta la loro vivezza, con tutta la forza degli avvenimenti che trasformano l’uomo in eroe.

Una curiosità: avevo “tifato” per i greci, ai tempi della scuola; adesso tutto il mio favore andava ai troiani!

Volgarizzazione della rete

Sono veramente dispiaciuto di leggere ( http://www.catepol.net/2009/08/03/facebook-la-gente-e-fuori-sappiatelo-sono-stata-nominata-taggata-accusata-telefonatadiffamata/ ) quanto sta accadendo a Caterina Policaro su Facebook. Tutta la mia solidarietà!
L’occasione è buona per qualche riflessione sulle trasformazioni della rete, ormai decisamente diventata strumento di massa e quindi ospite di dinamiche differenti da quelle che avevamo sin qui conosciuto nella veste di “pionieri” (illuminante il post “ Quando i colonizzatori arrivano prima dei nativi: alcune considerazioni sull’evoluzione della popolazione del web, dal mito della frontiera alla metafora del villaggio turistico”
di Davide Mana).
Il processo ha inizio, per quanto mi è dato capire attraverso l’osservazione della popolazione scolastica superiore, dalla necessità di affermare l’adsl sul nuovo mercato della connettività internet. Ha cosí avuto inizio un uso poco corretto della rete: milioni di adolescenti, ma non solo loro, hanno cominciato a scaricare musica a tutta forza. Complici i fornitori del servizio di connessione che non hanno esitato ad incoraggiare il fenomeno. Complici coloro che hanno deliberatamente equivocato tra risorse “open” e violazione di diritti altrui. D’altro canto non poteva essere la disponibilità della banda larga a trasformare milioni di persone in consumatori e in produttori di contenuti… Apprezzare le potenzialità del mezzo richiede una sensibilità ancora adesso superiore alla media.

E se adesso si comincia a parlare piú seriamente di lotta alla pirateria, probabilmente è anche a causa della quasi saturazione del mercato dell’adsl.

Altro gigantesco cambiamento è stato generato, più recentemente, dalla diffusione di Facebook, verso il quale non nutro alcun sentimento ostile, ma la cui esistenza ha stravolto la composizione dei gruppi di persone con le quali precedentemente mi relazionavo in rete: persone selezionate in base ad interessi ed attività. Adesso mi ritrovo esposto a quella che un tempo era la “passeggiata per il paese”: ci si incontra un pó tutti, amici e parenti (suocere comprese ;-) ) e si vengono a sapere cose che non ci interessano, non ci riguardano, che non vorremmo proprio conoscere.
Vado rapidamente alla conclusione: è certamente un fatto positivo che la rete sia a disposizione di tutti. È altrettanto certo che non si deve trasformare la rete in un gigantesco calderone governato dalle stesse dinamiche di massa dalle quali la rete stessa ci consente di fuggire: la scaletta dei telegiornali, i “grandi fratelli”, le mode stupide e totalizzanti. Sarebbe davvero una grande stupidità, grande come quella che sta affligendo Caterina…

Pensieri di un prof in vacanza

Devo cercare di escogitare qualcosa per motivare maggiormente gli alunni: come fare per cercare di far capire loro che apprendere può anche essere una attività piacevole? Che può essere qualcosa di fondante per la propria personale e intima esistenza?
Dovrei capire, prima, cosa piace loro fare, e, cosa più difficile, perché!

Leggo da “Intelligenza Emotiva” di Goleman della faccenda riguardante “il flusso”, ovvero del piacere che a noi deriva quando riusciamo a compiere qualcosa in stato di flusso. Sarà questa la logica e la base dell’attrazione dei videogiochi? Una situazione “immersiva” nella quale ci si accorge di “funzionare” e agire quasi come spettatori di noi stessi, meravigliati dal miracolo delle nostre stesse capacità? E come usare queste stesse dinamiche nella didattica? Come trasformarle in prassi?

Altra domanda: come suscitare il piacere della scoperta? Cosa ci spinge, ad esempio quando siamo in montagna, a superare la stanchezza per “andare a vedere cosa c’é un pò più in là”? Interrogando me stesso potrei rispondere che si tratta di curiosità, di fascinazione per l’esplorazione e l’incognito. Ma anche della voglia (necessità?) di delimitare un personale territorio, e di portare all’esistenza zone precedentemente ignorate. Ho l’impressione che ai miei alunni tutto ciò possa non importare un fico secco.

Oppure no, forse invece hanno solo bisogno di aver aperto la porta e di un incoraggiamento ad intraprendere la strada; hanno bisogno di seguire un maestro? Dubbio: un maestro non riesce ad essere tale solo quando è nella sua bottega? Possibile fare della propria aula (ancorché virtuale) la propria bottega? E, a questo punto: noi docenti non stavamo diventando “facilitators”? Le nostre abilità di “comunicazione didattica” continuano ad avere un valore preminente?

Mumble mumble . . .

iPhone: cambia la vita?

Ebbene sì, magari non di colpo, magari non istantaneamente, però, esaurita la fase iniziale di download e test delle applicazioni più attraenti, ci troviamo in mano con qualcosa che ci consente qualche vera novità. Premetto che sino al giorno prima di averne uno (regalo di natale di mia moglie) avevo adoperato ma, devo dire, con soddisfazione, telefonini proprio antiquati, ancora con display a cristalli liquidi! Tutte le mie aspettative erano di poter telefonare e mandare sms; camera digitale, mms, e cose del genere non mi hanno mai attratto più di tanto e quindi possedevo esattamente quanto mi serviva. Tutto il resto passava dal pc.

Con iPhone tutto è cambiato. Grazie al wireless casalingo la posta me la leggo sul divano, Facebook lo frequento comodamente sdraiato, il giornale on line lo vado sfogliando nei momenti e nei luoghi più diversi . .  insomma una sensazione di libertà e di comodità mai provata prima. I diversi feed RSS ai quali sono abbonato non li leggevo praticamente mai, adesso é diventata una piacevole abitudine serale, in qualche caso magari a discapito del buon libro a letto. Altra cosa che trovo utilissima è l’applicazione “Instapaper” che consente sia da iPhone che da PC di registrare un qualsiasi documento on line in modo tale da poterlo leggere con comodo offline; registra il testo senza formattazione ( l’aspetto è simile a quello dei feed) e quindi la leggibilità diventa ottima anche su di uno schermo piccolo.

Svantaggi? Certamente scrivere sull’iPhone è più problematico che usare una comoda (e rumorosa) tastiera, il copia e incolla mi manca moltissimo,  ma talvolta l’uso del piccolo, carezzevole, display ne fa una esperienza decisamente intima!

Mamma li turchi! Ovvero: qualche riflessione in margine al Comenius a Kuyucak

Turchia - Tradizione e modernitàSì, davvero, ma non come si possa immaginare . . . Il dato fondamentale: una straripante ospitalità, colma di attenzioni, cerimonie, doni. Nei giorni impareremo che non è limitata ai soli partecipanti al progetto. Cominciamo dal primo giorno dei lavori ufficiali: l’ingresso mel grande locale della manifestazione è segnato dall’offerta dell’acqua profumata per lavare le mani e dei “lukum”, classico quanto appiccicoso e tradizionale dolcetto. Si aprono i lavori: Ercan e Zohre sono fantastici, lo saranno per tutta la durata del nostro soggiorno: in piedi, davanti ad una nutrita platea composta da docenti e studenti italiani, turchi, polacchi e spagnoli si alternano nel tradurre dal turco all’inglese e dall’inglese al turco. D’un tratto, tutti in piedi! L’inno nazionale turco viene ascoltato praticamente sull’attenti! Naturalmente verrà seguito dagli inni degli altri paesi coinvolti in questo Comenius: c’è una grande concentrazione e compenetrazione. Non riesco a non pensare come da noi sarebbe stato diverso, qui non sembra affatto uno stanco rituale. Sorpresa tra le sorprese: a turno veniamo chiamati, tutti, per ricevere un omaggio dall’assessore alla cultura (almeno così ho capito). Chiniamo la testa per indossare una sorta di coprispalle di cotone: un grande onore!

Tralascio, almeno per il momento, la descrizione di tutti i momenti vissuti in questi giorni. Mi preme adesso sottolineare  la grande amichevolezza nella quale ci siamo trovati immersi: ci hanno portato in giro, ospitati nelle loro case, pagato molti dei nostri pranzi, fatto conoscere le loro famiglie. Mi sento davvero molto favorevolmente impressionato. Oggi (questa nota risale al 21 us), ultimo giorno del nostro soggiorno in Anatolia, con Antonio abbiamo raggiunto, a piedi, un paesino distante qualche chilometro da Umutt, l’albergo termale nel quale risiediamo. Per la strada, ingombra di macchine agricole, praticamente nessuno. Entriamo “nel bar della piazza”  per prendere un tè: nel locale alcuni anziani leggono il giornale e chiaccherano tra di loro. Al momento di andare non ci consentono di pagare! Parlano solo turco, ci intendiamo a gesti: hanno facce distese e serene, sono contenti di offrircelo, questo tè. Siamo contenti pure noi!

Il mio Personal Learning Environment

Ho improvvisamente avuto la tentazione di visualizzare il mio PLE (Personal Learning Environment), ovvero quell’insieme di risorse, di ambienti, di interazioni che mi consentono di “continuare ad imparare” . Chi volesse saperne di più sul concetto di PLE potrebbe trovare utili questi documenti: History of personal learning environments e Personal Learning Environments – the future of eLearning?

Realizzare qualcosa comporta sempre una certa dose di scoperte: intanto l’utilizzo di Mindomo, un web service gratuito per la generazione di mappe mentali;  consente di inserire blocchi a diversi livelli di nidificazione e di aggiungere link ipertestuali, immagini, video etc. La cosa che mi ha convinto maggiormente è stata la possibilità di fare collassare o espandere i diversi rami a seconda del livello di nidificazione: mi sembra una possibilità molto comoda nel caso di presentazioni pubbliche. A patto di avere una connessione attiva diventa preferibile al classico “decotto” powerPoint.

Ho scoperto poi che il proprio PLE non è tracciabile una volta per tutte! Se si volesse tracciare per l’intero corso della propria esistenza attiva verrebbe fuori qualcosa di gigantesco e richiederebbe una quantità di tempo sproporzionata. Di qui la decisione di concentrare l’attenzione sul PLE “attuale”, quello dell’ultimo anno ad esempio. Magari l’anno prossimo ne farò un altro, certamente diverso dal presente.

Interessante anche la riflessione derivata dalla necessità di classificare i propri ambiti di interesse: tracciare questa mappa è stato anche sistematizzare a grandi linee il mio personale ambito di conoscenze.  Ancora una volta si scopre di star facendo anche una riflessione su se stessi: non male direi.

Per accedere alla mappa interattiva fare click sulla immagine (allo stato attuale l’embedding della mappa porta ad un risultato assai insoddisfacente).

Il mio attuale PLE

Il mio attuale PLE