Carlo Columba

Pagine Personali.

Archive for the ‘It's me!’


Il fregio del Partenone

Alle spalle del fregio

L’effetto che mi aveva fatto vedere per la prima volta il fregio del Partenone al British, a Londra, era stato di grande rabbia: non era venuto il tempo di restituirle alla Grecia queste opere? E perchè questa esposizione così fredda e asettica?

Questa seconda volta l’esperienza è stata del tutto differente e mi sono ritrovato a provare una certa gratitudine per Elgin, il lord che spese la sua fortuna per portare le statue a Londra e per allestirne l’esposizione.  E poi mi sono dato qualche minuto per cercare di farne una fotografia che potesse comunicare “un senso”. Non è affatto facile: le dimensioni orizzontali, la presenza di moltissime persone, la mancanza del gruppo centrale rappresentante la nascita di Atena, impediscono qualsiasi tentativo di interpretazione in chiave epica o in chiave drammatica o, comunque in una qualche chiave emotivamente significativa. Il tentativo è stato allora quello di cercare di mettere in relazione il fregio con i visitatori, con il pubblico: mi sono quindi messo alle sue spalle e ho scattato una sequenza che mi permettesse poi di restituire una panoramica del fregio stesso e dell’ambiente espositivo.
Questa foto ne è il risultato: alla panoramica ho corretto un pò di deformazioni prospettiche e ho mascherato in modo tale da far risaltare le statue come se fossero più illuminate dell’ambiente circostante. L’effetto finale non è chissà che, ma forse restituisce abbastanza correttamente alcune sensazioni significative: le persone che affollano la sala sono viste quasi dal punto di vista delle statue stesse, possiamo un pò illuderci di guardare con i loro occhi la folla che doveva popolare l’Acropoli. I visitatori sono tutti impegnati a guardare le statue o i bassorilievi delle metope, restituendo in tal modo il corretto funzionamento dell’ambiente espositivo. E poi c’è il vuoto centrale, quasi un buco nell’immagine, a sottolineare lo sgomento della perdita, a stento scongiurata dal salvataggio dei personaggi periferici della rappresentazione. La nascita di Atena, perfettamente cresciuta e già in armi, estratta dalla testa di Zeus grazie ad un colpo di accetta ben assestato da Efesto, non c’è più: probabilmente ridotta a calce per nuove, tardive, costruzioni, lascia il posto alla prospettiva della sala affollata. Una assenza che si fa tangibile presenza.

A Londra (2)

Proprio vero che i tempi cambiano! Al mio quinto giorno, eppure asciutto! Anche i pedoni sono cambiati, attraversare col rosso sembra essere diventata una diffusa abitudine… Ancora più strabiliante: non ho mangiato male nemmeno una volta: cucina cinese o greca o britannica o indiana, tutta (sin’ora) ottima!
Andando più sulle cose serie. Oggi visita immancabile al “British” e grande, positiva sorpresa: il padiglione dell’illuminismo! Una collezione di collezioni di coloro che poi nel 1753 fondarono il museo, ma soprattutto la spiegazione di come l’illuminismo abbia influenzato lo studio della natura, dell’antropologia e della storia per la prima volta in maniera scientifica. Diventa ad esempio chiarissima la mutazione nel campo dell’archeologia, passata dallo studio dei testi a quello dell’analisi dei reperti e dei siti di provenienza. E ancora allo sviluppo di metodiche di scavo e l’incrocio delle conoscenze con quelle derivanti dallo studio delle rocce. Interessantissima anche la parte della storia naturale, vissuta come tentativo di descrivere e comprendere il mondo attorno a noi. Gli altri temi trattati riguardano lo studio delle arti delle diverse civiltà, delle religioni, delle antiche forme di scrittura.
L’illuminismo visto quindi non dal punto di vista del pensiero, non solo, ma soprattutto come motore del cambiamento delle modalità della conoscenza.
:-)

A Londra (1)

Dopo tanti anni, Londra, praticamente a colmare una lacuna. La volta precedente ero ancora uno studente… la città decisamente “british”, la metropolitana, per me che venivo dai prati scozzesi, decisamente troppo rumorosa.
Le prime sensazioni di questo viaggio sono del tutto differenti: il numero di Rolls sulle strade si è drasticamente ridotto, la città sembra complessivamente più lieve e vivibile. Ma è troppo presto, dopo neppure 24 ore dall’arrivo, per gettare lì qualcos’altro che non sia delle primissime sensazioni. Ma la giornata è cominciata bene, con un giretto ad Hide Park alle sette del mattino, con una bella giornata che invogliava i corridori cittadini di tutte le età, anch’io mi sarei messo a correre… Ma soprattutto scoprendo qualcosa che dalle nostre parti non ho visto mai neppure nei “santuari naturalistici”: nella fontana del “Diana Princess Memorial” , praticamente in mezzo alla folla dei visitatori, una coppia di Folaghe ha fatto il nido su un ciuffo della vegetazione acquatica a non più di un metro dal bordo vasca! E stanno tranquillamente lì ad allevare i 6 pulcini!
Se questa è Londra, che meraviglia!

Manifesto degli insegnanti, qualche considerazione

Questo post nasce da uno scambio di battute su Facebook in merito al “Manifesto degli Insegnanti” che è stato recentissimamente pubblicato ad opera del network “La scuola che funziona“. L’idea che sta alla base del “Manifesto” è quella di creare, per gli insegnanti , quello che per i medici è il “giuramento di Ippocrate”. Lo scopo è certamente condivisibile, mi spiace solo non aver avuto il tempo materiale per potere, anche minimamente, contribuire. Tuttavia qualcosa, nel manifesto, non mi piace, non mi convince, lo avevo appunto accennato ad Andreas Formiconi che ieri ha esposto le ragioni dell’adesione in questo illuminante post. Se interpreto correttamente, l’affermazione fondamentale di Andreas è la seguente: la scuola ha sino ad ora svolto un compito che comporta, forse addirittura prevede, un processo di appiattimento delle caratteristiche personali ed individuali degli alunni in favore della creazione di categorie di lavoratori: il ragioniere, il medico, l’impiegato, l’ingegnere e via dicendo. Le godibilissime citazioni portate a sostegno di questa affermazione sono, da par suo, colte ed appropriate. Il “Manifesto degli insegnanti” potrebbe allora contribuire a mutare questa certo non esaltante situazione in quanto introduce il rispetto per la vita, il rispetto per la verità (non dogmaticamente intesa), il rispetto per l’errore. Concordo pienamente e condivido, pienamente convinto, della necessità che a scuola si coltivino tutte e tre queste forme di rispetto.

Tuttavia i motivi della mia perplessità a sottoscrivere il “Manifesto” permangono. Non me ne vorranno gli amici de “La scuola che funziona” che stimo e per i quali nutro un sentimento di gratitudine, ciò che adesso dirò è animato dalle migliori intenzioni.

Al punto numero 1 del manifesto leggo:  Amo insegnare. Amo apprendere. Per questo motivo sono un insegnante. Bellissimo, certamente, ma mi viene un dubbio: dobbiamo allora intendere che l’insegnamento non può essere una professione? Siamo ad una diversa formulazione della frase fare il docente è una missione che sentiamo da sempre? Certo piacerebbe a tutti poter lavorare facendo ciò che più si ama, ma quanti sono quelli che vi riescono?

Al punto 2 un’altra affermazione forte secondo la quale il docente che non fosse più capace di suscitare la meraviglia innata nell’alunno dovrebbe cedere il posto. Mi sembra un pò troppo categorica; e poi, cosa non trascurabile, di che vivrebbe? Teniamo famiglia . . . qualcuno direbbe. E poi, sinceramente, mi sembra una affermazione poggiata sulla buona volontà e poco realistica: la scansione delle attività scolastiche in giorni e ore prefissate è, già da sola, garanzia di noia assicurata! Per farlo capire ai miei alunni (me lo permetto perchè sono grandicelli, diciamo dai 16 ai 20 anni) dico loro che se dovessero, obbligatoriamente, fare l’amore con la fidanzata più desiderabile dalle 9 alle 10 del lunedì, dalle 12 alle 14 del mercoledì e alle 8 del sabato, così come succede per una qualsiasi materia di insegnamento, bè, sono sicuro che non ne potrebbero più già dopo poche settimane! Figuriamoci per nove mesi di fila! Insomma, voglio dire che la stessa organizzazione di base della scuola contraddice al principio del rispetto della persona. Nel manifesto sembra che il docente possa ergersi eroicamente a superare a piè pari anche questo ordine di difficoltà.

Non mi pare il caso, nè mi sembrerebbe corretto, fare adesso una disamina di tutti i punti. Mi limiterò a notare che ai punti 11, 12 e 13 si legge:  lotterò, resterò fedele, aiuterò ad illuminare . . . sinceramente, mi sembrano affermazioni piuttosto “calcate”. Mi sembra che ne emani la visione di un insegnante con uno smisurato ego e con una concezione di sè ispirata all’epico guerriero.

Per questo non riesco a trovare sufficiente empatia per firmare.

Moltiplicazione degli accessi e banalizzazione

Queste considerazioni prendono spunto dal post La rete tradita di Mario Rotta che, ancora una volta lucidamente e brillantemente, mette in evidenza la distanza abissale tra quelle che erano considerate le possibili evoluzioni della rete e la dura e cruda realtà delle realizzazioni cui quotidianamente assistiamo. Mario, sono con te!  Ciò che dici fa male: a fronte delle possibilità veramente “rivoluzionarie” dello stare in rete assistiamo anche qui al dilagare, guarda caso, di una preoccupante e mortificante mediocrità. Nè, d’altro canto, può essere di consolazione la constatazione della non esclusività del fenomeno: se guardiamo agli altri settori critici e strategici per il prossimo futuro del nostro paese, ad esempio a scuola e a politiche energetiche, rischiamo di farci prendere da un irrimediabile sconforto.

Non bello.

Peggio: temo che si tratti di qualche cosa, di una dinamica, del tutto connaturata con la natura dell’essere umano, una dinamica che agisce una trasformazione in senso banalizzante dell’oggetto di volta in volta di interesse. Un classico esempio è, per me, la dinamica che si instaura quando si vuole proteggere un ambiente naturale (more…)

Da leggere

Per contrastare gli abbattimenti connessi al mio attuale compito di commissario all’esame di stato vado leggendo varie cose, tutte interessanti, ma una in particolare mi colpisce (e fa tardare l’ora del sonno): I Miserabili, di Victor Hugo. Il mio personale gusto per lo più non indugia sui “classici”, preferisco la letteratura contemporanea, possibilmente asciutta e senza fronzoli. Eppure I Miserabili mi sta piacendo veramente molto, trasuda grandezza, dignità, senso della storia.
Essendo tra le opere i cui diritti sono ormai scaduti, il libro è scaricabile gratuitamente da Liber Liber . Riporto qui di seguito un brano sul quale so già che vorrò tornare più volte:

(more…)

Modi diversi per un corso on line – A different on line course

English section of the post

In this post I’ll try to summarize in italian language the content of How This Course Works post. So it is not necessary the english translation of it. Better the original one!

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Leggo la pagina How This Course Works del Critical Literacies Online Course Blog in fase di avviamento. Si tratta di un corso di tipo connettivista e le differenze di concezione e di svolgimento sono subito evidenti. Provo a puntualizzarle.

Intanto va evidenziato che l’obiettivo del corso non è quello di ricordare dei contenuti. Si tratta piuttosto di intraprendere delle attività che saranno, di conseguenza, diverse da persona a persona. La sede di svolgimento inoltre non è unica ma l’intero web è potenzialmente coinvolto. Le attività principali sono quattro:

  • Aggregazione

Il corso fornisce una grande quantità di materiali in forma di letture, video, audio e quant’altro immaginabile. La quantità è tale che non è pensabile che si possa leggerli tutti. Ognuno allora è chiamato a scegliere quanto ritiene più interessante e appropriato ai personali interessi.

  • Remix ( non saprei come tradurlo)

Una volta che alcuni contenuti siano stati letti o ascoltati o guardati, il passo successivo è di tenerne in qualche modo traccia. I modi consigliati per questo sono:

  • scrivere un post sul proprio blog (eventualmente aprendone uno nuovo su blogger o su wordpress)
  • creare un nuovo item su delicious per ogni documento fruito
  • prendere parte alla discussione sui forum della piattaforma on line del corso
  • inviare dei messaggi su Twitter
  • Riproposizione

Si tratta forse della fase più difficile e delicata. Deliberatamente è stato scelto questo termine perchè non si tratta di fare delle “creazioni”, quanto piuttosto delle rielaborazioni personali dei materiali precedentemente aggregati e “remixati”. L’accento qui è posto sul fatto che non si tratta di partire da zero, bensì si parte dai materiali che sono stati precedentemente proposti. Gli stessi materiali dovranno costituire i mattoni sui quali costruire pensiero e comprensione.

Questo pensiero, questa comprensione, sono il vero oggetto del corso. Gli strumenti di alfabetizzazione critica che saranno descritti nel corso dovranno costituire i veri e propri strumenti (tools) per creare il proprio personale contenuto. Il compito dei corsisti è, quindi, non quello di memorizzare i contenuti, ma di usarli come strumenti con i quali fare pratica.

  • Condivisione

Altra attività fondamentale per il corso è quello della condivisione di quanto andiamo producendo. Può essere imbarazzante, può capitare di sentirsi esposti e di fare pubblicamente degli errori, ma si tratta di una operazione stimolante che ci spinge a lavorare più duramente e più significativamente. E poi il corso si nutre, letteralmente, della condivisione dei materiali che ogni partecipante produce: ogni contributo incrementa la quantità di materiale disponibile. Le persone apprezzano molto che si condivida con loro del materiale. Ognuno di noi apprezza la possibilità di poter accedere a dei materiali.

Le modalità della condivisione sono le seguenti: taggare ogni contributo con la sigla CritLit2010, specialmente su delicious o su twitter. Attraverso questo tag i diversi contributi saranno automaticamente aggregati a livello dell’intero corso. Stesso discorso vale per i post sui blog, o i materiali su facebook o flickr.

Quando un corso connettivista funziona bene, grazie a questa modalità di condivisione è possibile assistere all’instaurarsi di un grande ciclo di produzione, creazione e condivisione. Una esperienza così bella che non si vorrebbe che terminasse con il corso stesso.

Il gusto dell’intelligenza

Sottotitolo:

Come l’uso dei blog possa sconfiggere le logiche giornalistiche di mercato e farci recuperare la riflessione e l’uso dell’intelligenza.

L’articolo di Vittorio Zucconi su Repubblica e la conseguente riflessione di Mario Rotta sul suo blog affrontano il tema di grande attualità offerto da facebook e dai suoi utilizzi. Non sarei capace di aggiungere granchè ripetto a quanto brillantemente esposto da Zucconi e da Rotta, ma colgo l’occasione per puntare il dito contro le modalità e le maniere del giornalismo, maniere deleterie perfino quando a scrivere è una persona che stimo e che leggo molto volentieri come Vittorio Zucconi. Non sto parlando delle testate giornalistiche (Il Foglio, Il Giornale, La Padania . . .) che quando le vedo in edicola mi viene da pensare di essere stato improvvisamente catapultato a Paperopoli, tanto finti, calcati e paradossali mi sembrano gli articoli che campeggiano in prima pagina. No, parlo della stampa normale e mediamente colta, perfino moderata, che tuttavia non riesce, forse nemmeno può, sottrarsi alla logica “piaciona” di solleticare in qualsiasi modo la curiosità e l’interesse del lettore. Nemmeno può per esigenze di mercato, perchè deve vendere, deve piacere, deve creare la notizia. Ecco quindi nell’articolo di Zucconi campeggiare abbondantemente parole come “miliardi”, “guerra”, “mondo”, “grande fratello”,”complotto” . . . Ecco la proposizione delle paure sulla privacy. Ecco: le paure!

Io credo che questa sia una cosa che sta danneggiando un pò tutti e che ci sta rendendo davvero un cattivo servizio sia in termini strettamente informativi, sia, ed è più grave, in termini formativi.

Ecco perchè, nonostante da qualche parte se ne stia già prevedendo la possibile fine, sono sempre più convinto della opportunità di leggere dei buoni blog, ovvero di andarsi a cercare degli ambiti di riflessione, come questo offertoci da Rotta. Qualche volta, per favore, lasciamola perdere l’eccitazione! Volendolo dire in altre parole: per favore, di tanto in tanto, lasciamolo perdere questo “mercato” : qualche volta, per favore, lasciamoci prendere dal gusto di recuperare, perfino d’usare, la nostra intelligenza.

Vulcani, natura, progresso

Solo qualche rapida annotazione che prende spunto da un notiziario ascoltato per radio e dal blog “Il corrosivo”  Nuvole di cenere su sfondo monocromatico .

Personalmente le manifestazioni terribili e incontrollabili della natura mi affascinano: mi, ci ricordano della nostra, come esseri umani, limitatezza. Non possiamo fare tutto, non possiamo controllare un terremoto o uno tsunami, non possiamo pensare che la nostra tecnologia ci possa mettere definitivamente al sicuro. Quando l’Etna, o il vulcano finlandese, generano questo incredibile e artistico disastro di ghiaccio e di fuoco (si esprime in questi termini anche Citati in un editoriale su repubblica) rimaniamo insieme atterriti e affascinati.

Le polveri vanno sino alla stratosfera e bloccano il traffico aereo? Poco male, tutto sommato. Sta succedendo quasi niente se pensiamo a quanto succederà, dico succederà e non “potrebbe succedere” per la prossima nube ardente del vesuvio! Migliaia di morti, se non più! Una vera apocalisse, tanto più atroce quanto più manifestamente annunciata dall’espandersi della urbanizzazione alle falde del vulcano. Poi si griderà alla follia degli amministratori e all’assurdo del sistema di generazione del consenso. Del resto: avete visto dov’erano le case crollate per le alluvioni recenti nel messinese? Esattamente alle foci delle “fiumare”, letti asciutti o quasi anche per trenta e più anni . .  ma basta guardarne la larghezza per capire cosa sono capaci di fare.

Mi sono lasciato prendere la mano, quello che adesso volevo sottolinenare è questo: se le compagnie aeree sono in crisi, forse sarà anche perchè il sistema nel suo complesso sta reagendo ad una serie di consumi e di sprechi. Diamo pure allora i contributi alle compagnie per quanto riguarda la salvaguardia dei lavoratori, ma, allo stesso tempo, incentiviamo forme alternative di movimento, i treni veloci, e incentiviamo anche il “non movimento“. Possiamo tranquillamente evitare tanti spostamenti per fare solo delle riunioni di lavoro! Ormai anche da casa basta un portatile e un software come skype e il gioco è fatto! Se ne stanno accorgendo anche i dirigenti delle compagnie aeree che  in queste si riuniscono nei vari possibili “ambienti virtuali” ! ;-)

Hanno tutti ragione

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Rischia di far male questo libro di Paolo Sorrentino. Non perchè sia sia sgradevole, brutto, inconcludente, no tuttaltro! Rischia di far male al tentativo di conservare una visione della vita non del tutto priva di romanticismo, alla speranza di poter, se non sconfiggere, almeno fare a meno delle ipocrisie, alla speranza di un cambiamento degli assetti politici e sociali. Ma anche, anzi ancora di più, fa male perchè ci svela quanto effimeri e sdolcinati possano essere i racconti che ci facciamo a noi stessi, i racconti con i quali pateticamente tentiamo di valorizzare  e ordinare  le nostre irrimediabilmente inutili e inconcludenti esistenze.

Il libro mi è decisamente piaciuto e l’ho classificato su Anobii con un secco “5 stelle”, però, ecco, forse non lo consiglierei ad un adolescente!