Capita a tutti . . .

. . . di dir fesserie . . .
Questa volta c’è incappato Alessandro Baricco, autore che io per altro amo e apprezzo, uomo arguto, intelligente e affabulatore formidabile. Oggi ci fa scoprire su Repubblica l’esistenza di una fotografa “inconsapevole” se così si può dire, una straordinaria donna che per campare faceva la “tata” e per passione scattava foto per le strade della città (si veda www.vivianmaier.com e Vivian Maier (1926-2009). A Photographic Revelation per saperne di più sulla sua vita e sulle sue opere). Lo fa come al solito in modo estremamente interessante e accattivante, lo fa restituendo la magia della vita e l’importanza dell’opera della Maier. Peccato che sul finire dell’articolo si lasci così andare:

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Sinceramente non capisco in cosa possa consistere la “vigliaccheria del fotografare digitale”!

Sono abbastanza vecchio per avere iniziato a fare fotografia in un’epoca nella quale al digitale non si era neppure in grado di pensare. Mi è piaciuto moltissimo maneggiare la pellicola, scegliere quella giusta per l’occasione giusta, maneggiare la regolazione delle camere, magari con l’aiuto – a quei tempi- degli esposimetri esterni. E poi che bella la camera oscura: lo sviluppo e la stampa mi hanno regalato alcune delle notti più interessanti della mia esistenza. Ma quando sono arrivato al digitale sono stato altrettanto contento. O forse ancora di più. Quello che vorrei riuscire a spiegare in questa nota è che non è mai esistita una fotografia “naturale” e “vera” , si è sempre trattato di un artificio tecnologico il cui uso ha sempre richiesto la padronanza dei diversi parametri. La risposta alle luci delle diverse pellicole, ad esempio, così come la curva di contrasto ottenibile variando tempi, temperatura e agitazione dello sviluppo. Oppure le mascherature in fase di stampa, indispensabili per scurire un cielo altrimenti bianchiccio o per schiarire un volto altrimenti troppo in ombra. Stesse identiche operazioni si fanno oggi con i software per il trattamento delle immagini (famigerato photoshop in testa), naturalmente con strumenti e gesti diversi, ma con risultati sostanzialmente identici. Si potrà obiettare che oggi sia più facile (ed estremamente più economico) eseguire queste correzioni e che si riesca a “salvare” degli scatti che altrimenti sarebbero stati buttati via. Ebbene: dove sta il problema? Il risultato netto di questa maggiore facilità è sotto gli occhi di tutti: se sino a qualche decennio fa essere un buon fotografo significava tirar fuori delle immagini correttamente esposte e decentemente composte, adesso queste stesse abilità non sono nemmeno più bastevoli come punto di partenza, come base di un discorso fotografico. Il risultato del digitale in fotografia, al netto, è un indiscutibile incremento della qualità delle fotografie prodotte e, ciò che è ancora più importante, un formidabile incremento delle competenze necessarie a produrle. Basta stare un annetto su Flickr per assistere ad un brusco incremento delle stesse nostre aspettative sulle nostre stesse foto! La voglia, la necessità di fare meglio diventa per molti addirittura una urgenza e si innesca un processo di crescita della cultura fotografica.
Di nuovo, non capisco dove possa annidarsi in questo la vigliaccheria. Certo le foto della Maier sono bellissime ma mi piacerebbe sapere se sono state stampate all’antica, in analogico, o sono anch’esse il frutto (com’è più probabile, ma non ho avuto modo di verificare) di un processo di digitalizzazione, correzione del file e successiva stampa anch’essa digitale. Pensandoci bene: cosa cambierebbe? Il risultato no di certo, né il valore espressivo, artistico e comunicativo. Allora mi viene da pensare che l’affermazione di Baricco sia altrettanto azzeccata quanto sarebbe, ad esempio, “la smisurata vigliaccheria di indossare un paio di scarpe comode”. Come se il valore e il senso di una camminata risiedesse nello sforzo di resistere al dolore ai piedi….

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