A scuola di autolavaggio

A proposito di lavoretti estivi, un ragazzo di 16 anni, un alunno della mia scuola, mi ha oggi raccontato di aver fatto, la scorsa estate, il lavatore di automobili. La storiella continua a frullarmi per la testa e a suggerirmi alcune considerazioni.

L’impegno lavorativo di questo ragazzo era stato fissato, dal suo datore, per un orario dalle 7,30  alle 13, con pausa pranzo sino alle 15, e poi ancora sino alle 19. Almeno nove ore giornaliere quindi per 6 giorni e mezzo (domenica mezzo orario, lunedì mattina libero). A fronte di tale impegno la paga corrisposta è stata di 25 euro al giorno (!)

Il ragazzo era soddisfatto! “Per una persona che non deve pagare la casa e non ha spese familiari, 600 euro al mese non sono male . . .” mi ha detto. Dal suo punto di vista si trattava di un trattamento equo che gli ha consentito di pagarsi le spese del finesettimana.

Mi ha colpito la valutazione non economica del suo impegno e del suo tempo. La sua paga giornaliera corrisponde infatti al compenso per il lavaggio di una sola auto (sotto casa mia pago 24 euro per un lavaggio completo), ed è da supporre che la sua produttività non dovesse essere inferiore ad una auto all’ora. Otto noni dell’incasso andavano quindi al suo datore di lavoro senza che questo costituisse motivo per una minima rivendicazione lontanamente sindacale o salariale.

Si tratta di meno di 3 euro l’ora, senza contratto, senza contributi, senza previdenza. Ovvero meno della metà di quanto in famiglia si danno al collaboratore familiare extracomunitario al quale si pagano – giustamente – anche i contributi.

Tutto ciò non cessa di farmi riflettere . . .

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